lunedì 29 gennaio 2018

Heimat, il posto delle fragole


Come si fa a descrivere una valle, per di più piccola e sconosciuta, convincendo chi ti ascolta che è un posto davvero speciale e una valle diversa da ogni altra?
Va da sé che quest'impresa è comunque difficile, affidata com'è alla sola forza di convinzione della narrazione e all'energia del sentimento che si riesce a versare nella descrizione, mettendo le gambe alle emozioni e lasciandole andare, fino a vederle camminare e vivere di vita propria. Può sembrare questa un'impresa da supponenti, e in qualche modo lo è, ma non conosco altra via o altro modo "per rendervelo".
Perché  a me è capitato di trovarla quella valle, la mia Heimat boschiva dove sognare di trascorrere giornate scandite esclusivamente  dall'alternanza di buio e di luce- un tempo finalmente affidato al cielo e basta- e da poche parole, quelle strettamente necessarie a completare il pensiero e il sorriso.
Un luogo dove sognare anche notti totalmente solitarie, come a vivere una ricaduta nel guscio primario di sé;  ma anche un luogo di notti in compagnia, di una presenza da godere nel silenzio: vicinanza di corpi che perdono singolarità e specificità e si fanno calore e impronta solamente, senso di completamento e difesa da qualunque minaccia.
La mia Heimat boschiva non è famosa e non ci va quasi nessuno. Non ha paesi, ma solo piccoli e fugaci abbracci di poche case, luoghi abitati per lo più da gente custode del territorio o rifocillatrice dei rari turisti nell’unica trattoria lì vivente.
L’ho vista innevata la mia valle e, nello stupore della compattezza del bianco, m’è parso di toccare finalmente il confine del mondo ed il mio illimite; lì ho provato quel senso di pace che coincide con la sensazione di potersi dissolvere nell’intorno senza provare timore, anzi, come se il dissolversi fosse un placido tornare pulviscolo, scia di luce, foglia d'albero: un consegnarsi dolce alla valle.
L’ho vista d’estate la mia valle ed era un'isola di beatitudine, scampata alle carte geografiche della moltitudine. Ho carezzato i tronchi e inseguito i contorni e la forma degli alberi dando loro i nomi, i miei fratelli alberi, come ho già raccontato altrove.
La mia valle riesce a suggerirmi ogni volta la stessa certezza: quella d’esserle stata strappata in un qualche tempo remotissimo, che è stato e di cui io ho perso il ricordo. Un senso di appartenenza che affiora attraverso un filo dolcemente oscuro, un sentimento che si manifesta con pienezza solo alla mia coscienza emotiva.
Heimat, questo il suono che mi sale in gola ogni volta o "posto delle fragole", seguendo Ingmar Bergman: il luogo intatto e autentico dell'incanto infantile, il luogo da cui partire per ricominciare e a cui tornare per ricordare da dove si è venuti. Un luogo che sopravvive dentro per sempre, nonostante tutto, il nido stesso dell'essenza.



n.b.: testo rivisto, integrato e corretto a distanza di qualche anno. Stavolta però voglio rivelare qual'è la valle, che mi ha ispirato: Val di Sella- Trentino

10 commenti:

  1. amo tantissimo Bergman...per me la mia Heimat è la stanza dell'appartamento dove sono cresciuto.

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  2. credo che ogni luogo possa essere il nostro "covo interiore", anche una stanza...
    un saluto, e grazie per il passaggio, @Andrea.

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  3. ecco, stavo per scriverti che non ti avrei chiesto il luogo,ma tu mi hai preceduta rivelandolo.
    bene non andrò a cercarlo sulle cartine nè tantomeno andrò a visitarlo di persona, sarebbe una profanazione di un luogo che ti appartiene nel profondo (il guscio primario di sè!).
    mi basta condividere questa tua stupenda emozione, lasciandola aleggiare nel bel vago della mente.
    massimolegnani

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    1. Quando lo pubblicai la prima volta, non rivelai il luogo geografico preciso, mentre stavolta ho deciso di farlo, ma è difficile spiegare perché sì o perché no, @Carlo.
      Forse, in piccolissima parte, c'è anche un'esigenza di "risarcimento" nei confronti e del luogo, e dell'emozione che mi ci lega, perché, su questo testo sono state dette a suo tempo delle grandi porcate, degne di menti microscopiche e deviate.
      A te che mi scrivi di non volerlo neanche cercare sulle carte quel luogo, dico che no, che dovresti invece cercarlo e, soprattutto, goderne le immagini: sappi che lì c'è anche un museo naturale, abbellito da tante opere di artisti, messe su con il legno e altri elementi presi esclusivamente dal paesaggio.
      Quanto ad andarci di persona, che dire? se puoi fallo, e fermati a pranzo, mi raccomando: la cucina dell'unico ristorante è favolosamente buona, come tutto il resto.
      Un abbraccio.

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  4. il mio non voleva essere un prendere le distanze, intendiamoci, ma un preservare un luogo che è tuo, concreto e dell'anima allo stesso tempo.
    un sorriso
    ml

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    1. ...ma figurati, carissimo!
      Ho capito benissimo le tue ragioni e apprezzato, non puoi immaginare quanto, la tua sensibilità. Ma ho voluto esplicitamente dirti di passare oltre questa tua attenzione, (ripeto: assolutamente pregevole), e di andare a cercare e a vedere, perché, sai, caro Carlo, io non potrei sentirmi mai "invasa" da chi, come te, si muove con tanta delicatezza.
      Il mio era un invito a partecipare di tanta bellezza, senza alcuna preoccupazione personale: la bellezza va sempre condivisa con chi la sa rispettare.
      Un altro abbraccio, grande stavolta!

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  5. Bello il post, che sicurmente avrai scritto nella tua precedente vita di bloggerin.
    Heimat, già di per sé un'espressione che amo, sentirtela poi definire "il posto delle fragole" mi commuove. Difficilissimo che capiti in quella valle, di cui mi ha già parlato mia figlia. Dovrei partire per andare lì, dato che sta proprio fuori dai miei percorsi italici usuali. Mai dire mai. In un certo senso è un augurio che mi faccio.
    La mia Heimat è dentro di me. È lí che mi rifugio quando ho bisogno di trovare risposte alle mille domande che ancora mi faccio, ed è lí che assai spesso -quasi sempre- le trovo. Vorrei poterti invitare a visitarla. Questo non sarebbe impossibile. Agli amici, alle amiche soprattutto quando sono intelligenti come te non mi nascondo mai.

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  6. e io ti ringrazio per la fiducia, amico caro

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  7. Ecco, quel meraviglioso senso di armonia col tutto, che fa percepire come giusto e bello il nostro dissolverci (come dire, io ho sempre tremato all'idea di andarmene, di perdere e perdermi) l'ho provato un paio di volte negli ultimi anni. Attimi...ma di un'intensità...

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    1. E' che ci vuole il posto, la persona e il momento (personale) giusto, carissima.
      Fa paura a chiunque dissolversi, però, dopo averlo provato, rimane un ricordo di felicità indelebile, ti sembra di penetrare l'Universo come particella tra le particelle, ti sembra d'esserti scrollato di dosso, sia pure per pochissimo, il peso della concretezza fisica.
      Credo sia assimilabile a certi momenti di meditazione profonda, (e preciso che qui, in tema di meditazione, parlo di cose di cui non ho alcuna esperienza).
      In ogni caso sono attimi di trascendenza, ne sono convinta.
      E bellissimi.

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