giovedì 22 marzo 2018

un maestro

Era l’ora di pranzo, la mia e quella degli operai e dei contadini in un piccolo centro della repubblica ceca, sperduto agli itinerari turistici più comuni: una cittadina con una bella piazza ovale, incorniciata di case di altezze e colori tutti diversi, con  tetti sagomati seguendo estri impazziti, bordi strutturati in forma di scalini e cornici dalle mille varianti di forma e profondità.


Era l’ora di pranzo in una trattoria annessa ad una fabbrica di birra, un locale corrispondente a certe taverne od osterie ormai introvabili qui da noi, con legni scuri e consumatissimi, anche un po’ lucidi d’unto qui e là, tovaglie di plastica e stoviglie grossolane, bicchieri rigati.
Quel giorno, a quell’ora, l’unica presenza di donna in quel luogo, oltre alla mia, era quella dell'unica cameriera, affranta dalla fatica e dall’evidente dolore all’avambraccio, con una smorfia sul viso come se il dolore la stesse spolpando nell’incessante sforzo di distribuire vassoi stracolmi e mescere boccali di birra a ripetizione.
La birra, l’ottima birra, piccola produzione locale, introvabile altrove, scendeva nei boccali enormi, che rimanevano vuoti sempre e solo per pochi minuti. A suggellare il livello di qualità della birra e indicarlo a tutto il mondo che passava di là, stava alla parete il ritratto di un simil-asburgico, un imperatore o un quasi-Bismarck, di preciso non saprei, uno comunque sicuro di sé nel farsi ritrarre,  con due basettoni bianchi, lunghi e larghi ad aggiungere autorità e nobiltà.
Dunque, come ho già detto, c’erano solo uomini ai tavoli, operai e contadini, molti in tuta da lavoro, intenti a godersi piatti robusti, capaci di stendere molti di noi: erano minestre dense di sugo, con carne, patate, polpette di pane e altro pane ancora d’accompagno.
E birra, birra, birra, a boccali da litro.
Ad uno dei tavoli, seduto in disparte, sedeva un anziano, forse un operaio o forse un pensionato; se ne stava solitario e solennemente composto, come un antico proletario, momentaneamente sfuggito dalla tela di Pelizza da Volpedo. Anche lui aveva un piatto indigeribile davanti.
L’anziano mangiava lento, con fare da celebrante: una fetta di pane nella mano sinistra tenuta un po' alta e accostata, quasi a far da scudo al piatto e al sugo. Con quella stessa mano e parte del braccio provvedeva anche a tenere fermo  il piatto, come se fosse un oggetto instabile o, piuttosto, un oggetto da accudire con attenzione per il suo prezioso contenuto.
Così consumava la sua pietanza, riflessivo e coscienzioso, con rari sguardi da girare attorno, assorto in qualcosa ch’era il cibo in sé e la vita stessa, due essenzialità  con molti punti in comune, entrambe ricche di senso.
E c’era quasi affetto nei suoi gesti, nel modo di toccare il piatto come fosse un bambino da proteggere: mi ricordò certe scene di contadini del meridione che vedevo nell’infanzia, quand'ancora  accadeva che i più poveri, o anche semplicemente coloro che lo erano stati, conoscessero o ricordassero il bisogno dell’essenziale e rispettassero il pane e tutto il cibo, come fosse cosa viva.
Carlo Levi in Lucania
E c’era questo e anche molto altro nell’atteggiamento dell’anziano: c’era il senso grande e sacro del nutrirsi per avere energie per il lavoro e per garantirsi la sopravvivenza. Ecco cos’era:  la sua concentrazione nel mangiare possedeva una sorta di ritualità sacrale, un sentimento di rispetto senza alcun ombra di distacco.
Pensai al fatto che ancora oggi non so buttar via il pane e tutto il cibo in generale senza provare vergogna, neanche quando proprio non posso farne a meno...eppure io non ho mai conosciuto la povertà che dà fame; è che,  in qualche modo, anch'io conservo dentro di me, deposto da un'educazione antica, lo stesso senso profondo della vita che prescinde dall'idea del sacro in qualche forma compiuta e dai riti codificati che lo celebrano.
L’anziano solitario, con i suoi gesti scevri di qualunque superbia,  ma tanto solenni da schiacciarti, era lì come testimone di un mondo scomparso. Era un maestro, un maestro silenzioso, messo lì a spiegare con i gesti e la compostezza quanto poco ci sia di veramente necessario.
Pensai che quell’uomo sarebbe piaciuto a Carlo Levi, perché sarebbe potuto stare agevolmente in uno dei suoi ricordi lucani e perché la dignità e il rispetto ha gesti uguali ovunque, anche se rimane roba rara, preziosissima, patrimonio di pochi.

4 commenti:

  1. ammiro la scrittura di questo brano, il tuo modo di dipingere questo vecchio a tutto tondo e di coglierne l'essenzialità dei gesti e di mostrarci la sacralità che ha lui del cibo. Non basta possedere e fare buon uso delle parole, occorrono prima occhi che sappiano vedere il generale e circoscrivere il particolare. e occorre anche una sensibilità come la tua che sappia soffermarsi e meditare su quello che per altri sarebbe stato solo un pasto frugale di un insignificante vecchio relegato in fondo alla sala.
    un applauso
    massimolegnani

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    1. Grazie, Carlo, per ogni parola scritta

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  2. Bel quadro vivo e intenso dipingesti, Sabina; eccellente lavoro, rimane davanti agli occhi a lungo. Pensa tu che razza di ricordo mi hai sollecitato, nemmeno te lo immagini.
    Nel pomeriggio, verso le cinque, del 14 maggio 1943 col fumo degli incendi del primo bombardamento di Civitavecchia che volava in alto nel cielo che prima era sereno e blu, la nostra famiglia e mille e mille altri camminavamo in fila verso una zona non bellica, le Sassicare, a cercare rifugio per la notte. Il nostro traguardo era la casa di zio Aldo -fratello di mamma- proprio vicino alla chiesa dei Cappuccini. La prima cosa che feci fu iniziare a giocare coi miei cuginetti, mentre quel casone si riempiva. Nonna, come suo solito, abbracciò il suo cacanido piangendo e insomma cominciammo a sistemarci nelle diverse stanze, che abbondavano, noi bambini più al sicuro di tutti. C'era un sacco di gente: una cugina di nonna con sua figlia, una casinista, poi le sorelle di zia Gina, la cognata di mamma, che piangevano in continuazione. Una delle due aveva un figlio al fronte in Cirenaica, di cui non aveva mai notizi recenti, l'altra le faceva compagnia nelle lacrime.
    Verso sera -noi avevamo tutti mangiato e tutto era illuminato con lampade ad olio, che già era passata la questura a raccomandare l'oscuramento obbligatorio, arrivò a casa questo signore, che io avevo visto solo un paio di volte, e che mi dissero essere il marito della cugina di nonna, un uomo enorme, tutto rughe e niente parole. Non salutò nessuno. Solo un grugnito: "la robba mia ndo sta?". La robba sua era una pignatta piena di minestrone e di pezzi di carne. Affondò un cucchiaio grande come una paletta nel minestrone, mise il muso nella pignatta e ne divorò il contenuto. Non avevo mai visto nessuno mangiare così. Penso che avrebbe addentato anche la pignatta.Si sentiva solamente il rumore della masticazione di quell'uomo, tanto era il silenzio intorno. Finì, si alzò, afferrò la sua giacca e andò a sdraiarsi in terra nel corridoio.
    Quando al mattino noi bambini ci svegliammo l'uomo delle caverne era da tempo andato via.
    La tua desrizione del vegliardo mi ha riportato questa memoria visiva davanti.
    Come puremi ricorda un quadro del primo Van Gogh "i mangiatori di patate" dove in una cucina livida alcuni affamati intorno ad un tavolo aspettano il loro turno per afferrare l'unico cibo disponibile, un piatto di patate.

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  3. La fame da te descritta è più istintiva, brutale, non mediata.
    Questa da me raccontata è "una fame melanconica", se così si può dire, o, meglio, il ricordo della fame.
    Questo credo, carissimo.

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