giovedì 15 marzo 2018

l'eccezione e la regola.


Scrive Ian Mc Ewan:
"In amore la normalità è data dalla reciprocità. Se sentimento e comportamento sono condivisi siamo nella normalità, altrimenti siamo nella patologia. Non vedo criteri per giudicare un amore, non sono interessato a giudizi del tipo "questo va bene", "questo si può fare", "quello no".
Le parole di Mc Ewan mi fanno riflettere sul parallelismo stretto tra rispetto e reciprocità, due categorie indivisibili: uno ha bisogno dell'altra per esistere e per avere senso concreto.
Con estrema sinteticità e senso di sano realismo (quello che guarda alla realtà per com’è senza dimenticare però mai come può essere e viceversa) Mc Ewan delinea le qualità essenziali per un rapporto d’amore/d'affetto/di amicizia che abbia come obiettivo l’equilibrio anziché la guerra per il territorio. E stabilisce con chiarezza il confine tra riflessione e giudizio, dove la prima è attività intellettuale indispensabile per capire l'altro da sé e il secondo, vale a dire il giudizio, rappresenta una trappola sempre aperta, perchè, se usato come un'arma da taglio, rischia spesso di trasformarsi in invadenza, in pettegolezzo e, andando avanti nella discesa, in lurido e misero pregiudizio.
Queste considerazioni possono, a mio parere, essere applicate a tutte le forme di relazione, sebbene siano le relazioni d’amore quelle dove l'arte dell'equilibrio nella reciprocità  interpreta la sfida più grande, perché troppa storia alle nostre spalle gioca a sfavore della reciprocità e del rispetto tra uomini e donne. 
Non si può confondere l’esperienza personale con la verità assoluta, né, tanto meno, decidere che il nero e negativo che c’è o che c’è passato accanto e/o addosso nel corso dell'esistenza  debba essere l'unico elemento che determina e dirige le nostre relazioni. Sottolineo di nuovo che qui non mi riferisco esclusivamente  alle relazioni sentimentali, tutt’altro: pessime esperienze si possono avere anche nel campo delle relazioni affettive non strettamente amorose e di amicizia.
Guardare con consapevolezza e lucidità al reale non va inteso come attività di rilevazione personale ed esclusiva dei dati di esperienza e loro conseguente messa in archivio: la progettualità esistenziale esige ben altro che l’esperienza strettamente personale come dato di riferimento, soprattutto per scongiurare il pericolo che l'esperienza strettamente personale assurga al ruolo senza intelligenza del luogo comune.
Molto più proficuo tenere conto anche e molto dell'esperienza degli altri, anche quando non la si condivide affatto.
Molto più utile allargare lo sguardo oltre la propria visuale, anche perché spesso, molto spesso, l'eccezione è più interessante della regola.

13 commenti:

  1. Proprio recentemente in un blog di una mia amica carissima sono stato protagonista di una diatriba semi-infinita e senza sbocco alcuno con persone "amiche" dove la sensazione che i termini rispetto e reciprocità fossero armi d'assalto assai taglienti e puntute. Il tutto detto con sorrisi a fior di labbra di cui sempre ho diffidato. Occorre la sincerità in ogni aspetto di una relazione umana, specie tra uomo e donna e specie quando l'argomento della disputa è l'uomo in genere, definito "il marcio" dell'Umanità. Nessuno ha detto che Vincenzo Iacoponi fosse il marcio dell'Umanità, certo che no, ma io sono un uomo. Avrò o no il diritto di correggere un'affermazione così plebeamente razzista?
    Nell'anno 2017 sono avvenuti in Italia 157 femminicidi. Io sostengo che si sia trattato di 157 bestie feroci. Fortunatamente in Italia sono almeno 30 i milioni di uomini. Non mi pare che per colpa di 157 delinquenti tutti e trenta quei milioni fossero da classificare come il marcio dell'Umanità.
    O vedo strabico solo io?
    Forse questo non c'entra nulle col tuo assunto, ma a me è rimasto un peso sullo stomaco, perché le persone -le donne- che questo hanno asserito, credevo fossero ben più intelligenti.
    Comunque scusami lo sfogo.

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  2. E si torna sul discorso del giudizio...posso permettermi di dire: "questo è ok e questo no?", quando chi agisce non lede e trova nella controparte ugale e reciproco intento?
    Diffido e diffido da chi appiccica francobolli. Io mi astengo ormai da anni...

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    1. Ad averceli un bel po' di album per raccogliere i francobolli mentali! Li potremmo distribuire a un sacco di gente e, chissà, magari tenerla occupata con le sue stronzate!
      p.s.: ecco, lo vedi come mi parte l'Orlanda furiosa di dentro?
      Ridi con me!

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    2. Per chiarezza: la risposta che segue sotto è per Enzo...dovessimo mai litigare tutti assieme! Rido di nuovo!

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  3. Immagino le dinamiche dietro e dentro a quella discussione, le immagino anche senza conoscere la discussione cui ti riferisci.
    E' facile che si sviluppino discussioni così e io le schivo praticamente tutte, perché ho l'impressione di non poter partecipare senza infognarmi nel pregiudizio a prescindere, una categoria e una pratica di pensiero molto diffusa, anche perché molto facile da mettere in atto.
    Se mi trovo a dover contestare qualcosa da donna ad un uomo e il mio interlocutore non si è espresso in forma né meschina, né proterva, né razzista (da uomo verso le donne intendo) cerco di dare il mio punto di vista senza offendere ma anche senza deflettere, perché ho un pensiero piuttosto deciso su certi temi e tu lo sai (credo sia avvenuto più di una volta tra noi di discutere su questi temi senza smuoverci di un passo dalle nostre rispettive posizioni).
    Diverso è quando, (e mi è capitato spesso spesso spesso), di fronte a mie posizioni nette, mi sono trovata a registrare dall'altra parte reazioni razziste, atteggiamenti che spingevano il discorso verso caricaturalità sessiste, tanto per dirla con termini linguistici "attuali". In quei casi, te lo confesso, non reggo e non mi tengo: semplicemente mando a fare... l'interlocutore, anche brutalmente se serve.
    Però capisco di cosa parli, perché anche a me sono capitate donne (di tutte le età, eh!), che, punte sul vivo dalla mia riluttanza assoluta ad avvalermi dei pregiudizi a prescindere, mi hanno dipinta in tutti i modi peggiori possibili, usando le stesse definizioni maschili di cui si lamentano...che tristezza!
    Pure, non tanto tempo fa, mi capitò di leggere uno scambio di commenti sulle donne di una ferocia incredibile tra due blogger uomini; erano due che si sentivano e si sentono "di livello superiore" rispetto ai loro compagni di genere. Era chiaro che stavano pensando di condurre un discorso alto, usando però parole e termini che la dicevano lunga sulla violenza del loro atteggiamento interiore. Avrei voluto rispondere, ma poi ho desistito: perché dargli spazio, interesse, parole, idee? meglio lasciarli al loro destino: sono due merde, lasciamelo dire...
    Infine, quanto ai femminicidi, lasciami dire: se ce ne sono così tanti in Italia, qualcosa vorrà dire, tipo che questo è un Paese primitivo nella cultura dei costumi e della parità di genere e tocca prenderne atto, anche se è una tristezza infinita.
    Ciao, e sfogati quando vuoi
    S.

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    1. Ho difeso la dignità dell'Uomo in quanto tale, perché malgrado femminicidi, Guantalamo e porcate simili per me l'Uomo resta il gioiello della creazione, accanto all'altro gioiello, la Donna.
      Non accetto che gente cretina dica che ogni donna sia una potenziale puttana. È una mostruosità. Altrettanto mostruoso dire che siccome alcuni esseri simili a me nell'aspetto e nei geni uccidano donne, ne facciano l'uso che vogliono, facciano guerre mostruose e chi più ne ha ne metta, ciò autorizzi qualche signora a definire "il marcio dell'Umanità" il MASCHIO. Sì perché nemmeno l'Uomo scrissero, ma il maschio, che più dispregiativo non si può, come potrei essere io se rispondendo a tuoi problemi intimi ti rifilassi un "ma grattateli sti problemi da FEMMINA". A me non verrebbe nemmeno nell'anticamera del cervello una frase simile, perché io sono io, essere intelligente e non marsupiale, con tanto rispetto pei canguri.
      Sai quello che mi ha dato più fastidio, Sabina? Il pensare di avere avuto con queste persone il rapporto privilegiato che ho con te, per esempio, senza mai sospettare che sotto la gonna avessero quel nido di vespe ben nascosto. Una delusione assai cocente, credimi, per uno che considera e che ha sempre considerato la Donna un ESSERE SUPERIORE.

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  4. Credo che l'apertura ad ascoltare il prossimo sia importante. Poi si può rimanere della propria opinione o no. Certo che i toni oggi sono spesso aggressivi, di pancia, ed anche i concetti spesso sono di pancia ossia superficiali, poco approfonditi, che vivono di e per stereotipi e vengono considerati dall'interlocutore che li enuncia come dei dogmi.

    Venendo al post se due persone si amano, l'esistenza del rispetto è un elemento essenziale ed imprescindibile ( ma questo in ogni rapporto umano) e la sintonia è qualcosa che a mio parere rafforza quel sentimento. Spero di non essere andato fuori tema o di non aver detto strafalcioni, ma dal tuo post questo ho colto nel mio animo con maggiore forza e questo mi permetto di commentarti.

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    1. condivido le tue riflessioni, @Daniele, soprattutto in merito al rispetto, che non è però da intendersi solo come "assenza di imposizione di uno sull'altro" ma anche come mantenimento degli spazi individuali, come capacità di accettare il disaccordo/la diversa opinione dell'altro senza trasformare tutto ciò in un addebito perenne.

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  5. Molto stimolante questo argomento zeppo di sfaccettature, tante quante sono le persone che incontriamo
    e frquentiamo durante la nostra vita.
    A mio parere la reciprocità, oltre ad una parola che significa appunto scambievolezza in qualsiasi rapporto umano, è un percorso che non ha mai fine , in quanto esclude dogmi e idee fisse.
    Mi chiedo se dipenda dall'educazione o da un istinto naturale oall'ignoranza nel vero senso della parola, in quanto chi non ha mai studiato non può che crearsi idee personali senza l'aiuto di un' infarinatura di filosofia o di storia.
    Ciò vale anche per il rispetto la cui prima regola dovrebbe essere quella di essere consci che le nostre idee e convinzioni sono una variante tra le tante. Ogni modo di percepire e di reagire ad un avvenimento è legato all'esperienza personale, al carattere , al modo di sentire.
    Bisognerebbe spesso affidarsi all'empatia ascoltando gli altri senza dimenticare che ognuno ha il diritto di essere ciò che desidera essere.
    Un empatico saluto.
    Cristiana.

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    1. @Cristiana, del tuo commento vorrei sottolineare soprattutto questo:
      "...A mio parere la reciprocità, oltre ad una parola che significa appunto scambievolezza in qualsiasi rapporto umano, è un percorso che non ha mai fine , in quanto esclude dogmi e idee fisse".
      E' giustissimo questo modo di intendere il percorso di ogni relazione, giustissimo definirlo infinito, esattamente come deve essere ogni evoluzione ed ogni relazione.
      Un gran sorriso a te.

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  6. il reciproco rispetto credo stia alla base di un buon legame, più della generica reciprocità che implicherebbe un ripetere un po' stucchevole le azioni dell'altro/a per ribadire un'uguaglianza. E al reciproco rispetto aggiungerei il consenso spontaneo (non estorto!) ai comportamenti dell'altro/a
    massimolegnani

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    1. La reciprocità, @Carlo, credo sia da intendere soprattutto come uguale capacità/possibilità propositiva.
      Ripetere le azioni dell'altro, copiarle, è tutt'altro: è rinuncia all'individualità e alla differenza (che c'è e deve esserci: diversità buona, ovviamente, quella che fa ricchezza).

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  7. Mi permetto di inserire un commento in coda al mio post:
    io credo che Mc Ewan volesse porre l'attenzione soprattutto sulla tendenza della maggior parte delle persone a "schedare", "catalogare", "giudicare", ecc. ecc. le relazioni secondo propri personali, privati, a volte anche discutibili criteri.
    E' un discorso che io ho letto soprattutto in chiave di critica a certa morale bigotta, magari non sempre evidente o di immediata lettura, che spinge certi giudici senza cattedra a dire la loro su tutti come se tutti attendessero da questi profeti e profetesse la verità e la dottrina assolute.

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