venerdì 6 aprile 2018

è il paese interiore?


Quando trascorro un periodo in un posto molto diverso dalla città dove vivo abitualmente, mi capita sempre di interrogarmi sulla vita e sul sentimento delle persone del posto. Mi capita cioè d'essere assalita da  una curiosità nient'affatto superficiale sul senso del quotidiano di una  vita di paese ( sia che si tratti del paese  in cui si rimane tutto il tempo- come può accadere ai più anziani e ai più piccoli- sia che si tratti del paese dal quale si parte quotidianamente per il lavoro e nel quale si rientra a giorno finito).
Le domande mi nascono dentro osservando e godendo di una lentezza che sfiora l'immobilità, tipica dei luoghi isolati e particolarmente evidente nei momenti meno turistici dell'anno.
E' una lentezza che ti si concretizza dentro attraverso la scarsità di stimoli acustici e visivi: poca gente che s'agita "a prescindere", pochi stimoli per gli occhi del tipo usa  e getta (leggi negozi, luminarie e via discorrendo).  
Eppure, è proprio in queste condizioni che l'attenzione si fa alta: parlo dell'attenzione emotiva, dell'attenzione sensibile, dell'attenzione concettuale. 
In contesti  simili, l'affaccio dello sguardo su di un paesaggio spettacolare  può assumere aspetti spiazzanti, dispotici, perché assorbe l'attenzione e l'emozione in una forma totalizzante,  trascendentale.
Mi è capitato molte volte di provare questa sensazione di assoluto di fronte alla bellezza di un paesaggio e di avvertirla più intensamente proprio nel silenzio e nella  condizione di assenza dei più comuni stimoli, intendo quelli "brutalmente e velocemente, affamanti",  determinati  dalla dipendenza dal consumo senza necessità. E ogni volta mi sono chiesta  cosa  si prova  di fronte a certi spettacoli naturali  se si vive stabilmente a contatto con loro, in una  condizione di quotidianità "ferma".
Ovviamente non so rispondere e non so neanche se potrei ricevere risposte esaurienti da chi vive  in certi contesti. Forse finirei per sembrare una che pone domande sceme...
Infine, aggiungo che non so prevedere neanche quale sarebbe la mia di risposta se ad un certo punto giungessi a vivere in un contesto così diverso dall'attuale. Soprattutto non saprei mai immaginare la mia risposta emotiva e/o la mia  capacità o incapacità di  assuefazione.
Ci si abitua al silenzio e ad un panorama di cime maestose?
Ci si abitua o ci si sottomette?
Non so dire, so però che non ci si  abitua ad una città tremenda, tutt'al più la si tollera per un minuto, giusto il tempo di uno sguardo verso il cielo.

14 commenti:

  1. La mia impressione, da cittadino trapiantato in un paese di campagna, e' che i locali non amino tutto cio' che non e' utile. Cosi' le piante che fanno ombra al canale vanno bene solo se si possono abbattere per farne legna da ardere (che indirettamente utilizzo anch'io), il sentiero tra i castagni che porta in collina va bene se ci possono passare anche i trattori se no lo si puo' lasciare al degrado.
    Questo per dire che raramente considerano la bellezza (da cui sono circondati) un parametro di cui tenere conto.
    massimolegnani

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    1. Non fatico a credere a quanto racconti e questo è un ulteriore motivo di riflessione su quanti fattori giochino sul rapporto uomo-ambiente-paesaggio-cultura, intesa, quest'ultima, in senso ampio, totale.
      Grazie per lo spunto!

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  2. Sono d'accordo con Carlo: chi abita in paese non sa apprezzare le bellezze di cui dispone. E' come se non riuscisse a vederle e a percepirle, nonostante si trovino quotidianamente sotto i propri occhi

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    1. Condivido anch'io,@Remigio, ma mi sto rendendo conto di non aver neanche sfiorato, non in modo aperto almeno, un'altra parte di riflessione: vale a dire il peso che ha/può avere la ristrettezza (intesa anche e soprattutto in termini di ampiezza fisica) dell'ambiente in cui si vive sul rapporto con esso.

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  3. C'è stato un momento in cui desideravo l'ameno, il selvatico...ho proprio cercato casa in luoghi solitari e poco accessibili.
    Adesso sono per una sana via di mezzo. Metropoli o grande città, mai. Scelgo la cittadina, poco urbanizzata e con tanti spazi naturali nei dintorni...

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    1. La scelta migliore, perché lascia "libertà di scelta" (scusa il gioco di parole!), ovvero: allontanandosi anche poco si riesce a raggiungere un ambiente naturale più integro.

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  4. Solo tre anni sono trascorsi dall'ultima volta che ho soggiornato brevemente a Civitavecchia, città dove sono nato, dove ho vissuto i miei primi 25 anni e dove son sepolti tutti i miei morti. Nessuna emozione nel percorrere strade antiche, dove ho passato infanzia e giovinezza; portoni dove mi nascondevo alla sera con la ragazza di turno; Mercato del pesce, quello della frutta, dove andavo con mia madre per aiutarla a portar borsoni.
    Solo una, enorme, di fronte a quella dove sorgeva la casa nella quale -come era consuetudine in quei tempi- sono nato. La casa non esisteva più. Al suo posto un edificio schizofrenico, una piccionaia di sette piani -casa mie era un villino di tre- con balconcini da film dell'orrore cui appendere i resti degli sgozzati durante la notte. Le mura foderate di mattoncini verdognoli, tipo gabinetti pubblici.
    E casa mia? Di fronte ancora l'edicola di una volta e un vecchietto che non può avermi riconosciuto, perché io non ho riconosciuto lui.
    "Ma che fine hanno fatto le tre villette che stavano qui, la 57, la 59 e la 61?"
    "Mancate da tanto?"
    "Da un bel po'. Più de mezzo secolo"
    "Sete de qui?"
    "Io sì"
    "E ve chiamate?"
    "Iacoponi, come quelli del Bar Nazionale. So cuggini mia"
    "È rimasta quella del 57. L'antre l'hanno buttate giù pe facce quello schifo. Ma so più de vent'anni"
    E io mandai giù lo gnocco di saliva che avevo in gola. Così, pensai, nessuno del Comune metterà una targa al 59 "qui nacque Vincenzo Iacoponi nell'anno 1934, il mese di febbraio il giorno 9".
    Che tristezza.

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  5. Forse la routine e l'abituarsi a vivere di fronte a certe meraviglie, un po' corrodono probabilmente la magia dei luoghi in cui si risiede (se sono davvero magici), ma è anche vero, secondo me, che se si è dotati di sensibilità accade che un giorno, per un istante, ti fermi, alzi la testa e ti riappropri di quella meraviglia che ti ristora l'animo e ti corrobora il cuore.

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    1. Il problema più grande è, a parer mio, non avere/vedere la possibilità di cambiare il proprio giudizio sull'ambiente quando questo giudizio è molto negativo

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  6. Ci provo, spero di non incartarmi o di esser contorto. Credo sia naturale non apprezzare (di non riuscire ad apprezzare) del tutto il luogo dove si vive. Particolari che un estraneo può trovare 'bello in modo assurdo', per l'abitante sono semplici sfondi di vita quotidiana. Personalmente essendo un amante delle persone più che della natura, son attratto dalle grandi città. Le metropoli sono molto più veloci di me, questo mi permette di esser nulla (e quindi aver spazio per pensare...rilassarmi....ecc...ecc) pur essendo in mezzo al caos cittadino.

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    1. Posso dirlo? La tua risposta è assolutamente originale e perciò, anche se non riesco a condividerla, la trovo molto interessante, @Pfoom!

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    2. Amplio il concetto e ci faccio un post in giornata 😊

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