martedì 10 aprile 2018

le lunghe notti dei treni senza sonno

foto tratta da "Roma sparita"
Pochi anni fa le Ferrovie decretarono la fine dei cosiddetti " treni del sole", cioè di quei convogli che partivano dal sud più estremo e viaggiavano tutta la notte per arrivare a Milano, Torino, Venezia e tanti altri nord nel pomeriggio del giorno dopo.,
Erano treni intorno ai quali, alla partenza, si celebravano  i riti degli addii, con il loro carico di dubbi e di timori e, a volte, di lacrime così cocenti da sembrare impossibili da sostenere.
Treni che scorrevano su di una sorta di Transiberiana in tono minore e che, a loro modo, hanno scritto e descritto, soprattutto nei primi decenni del dopoguerra, una vera e propria storia  parallela a quella dei grandi mutamenti della seconda metà del '900, una storia minoritaria ma non minore e, soprattutto, non una storia di minoranze, anzi.
Ma la storia e il "sentimento" dei treni di notte si comprende appieno solo avendo il cuore e la pancia al sud, poiché, anche se non si è mai stati  emigranti da copione, vale a dire con la valigia spaghettata con la corda e pane e soppressata al seguito,  si è comunque respirato il senso quasi mitologico dell'esodo e della separazione attraverso i racconti di parenti e conoscenti. 

Una traversata notturna, quella in treno,  che sapeva di biblico e che dura ancora oggi, per i nuovi, giovani e più disillusi migranti: non più semi-analfabeti come un tempo, anzi, carichi di studi, ma, se vogliamo, ancor più disperati e in preda alle  crudeli  incertezze della nuova storia,  fatta solo dai "mercati".
E, nel tempo, capita a noi falsi o mezzi-migranti, così come è capitato a quelli veri, di ritrovarci, nostro malgrado, aggrovigliati in un nodo intricatissimo di amore-odio, di desiderio nostalgico e di avversione verso quel sud, così difficile da metabolizzare e, nel contempo, così incrostante per l'anima da risultare impossibile da rimuovere.
Inutile spiegarlo a chi non l'ha mai provato: è una forma di sentimento troppo carica di paradossi e di incongruenze, è l'eredità-maledizione che ci portiamo nel sangue, lo stesso di Ulisse: il primo viaggiatore nostalgico di cui un grande poeta abbia sentito il bisogno di scrivere.

foto tratta dall'archivio di Repubblica 
p.s.:mi sembra utile inserire in coda a questo post una canzone di Sergio Endrigo che, come appresi qualche anno fa ascoltando una bella trasmissione radiofonica, fu scritta in risposta ad un'altra canzone di Bruno Lauzi, che trattava lo stesso tema ma in una versione più "fotoromanzata" che realistica.


k


10 commenti:

  1. Di quei treni mitici so ciò che ho letto e ciò che vidi in diversi film. Di operai sistemati in baracche identiche a quelle di Auschwitz e Dacau so parecchio. Io sono un emigrato particolare: non ho viaggiato in quei treni, non ho ingozzato lacrime pane casareccio e soppressata calabra piccantissima, non ho dovito ogni volta sciogliere e rifare nodi alle corde che tenevano insieme valige che erano bauli, non ho soggiornato che alcune ore in quelle baracche, non ho mai lavorato in una fabbrica.
    Ma ho pesato la fame negli occhi di gente che lavorava anche 10 ore al giorno e che alla sera buttava in pentoloni pieni di acqua bollente un chilo di spaghetti per due persone, mangiandoseli con gli occhi prima che col gargarozzo. E lì più che al mio reggimento udinese, il 155° Atg Smv CC, ho appreso tutti i dialetti del profondissimo Sud. E i racconti dei più anziani, quelli che avevano lasciato la famiglia al paese coi capelli già grigi e le pami callose, portandosi dietro almeno i due maschi più vecchi (gente di 16 o 18 anni per capirci), piazzando i figli fuori dalla baracche in casa di conoscenti ed incassando a fine mese TUTTO lo stipendio dei ragazzi, cui lasciavano le bricciole per le sigarette, ma non per le ragazze, tanto le tedesche pagavano per loro e qualche volta per il ragazzo. E così veniva fuori quel mondo parallelo di anziani che a mala pena capivano il significato di schaffen, arbeitlos e quisquiglie simili e di giovanissimi totalmente analfabeti nella lingua materna, capaci di parlare di tutto in tedesco, con la loro stessa cadenza e senza sbagliare una sillaba.
    Quei ragazzi di 18 anni che conobbi allora oggi sono sessantenni, nonni e si chiamano Herr Soundso. Stanno andando tutti in pensione con la moglie tedesca, la ragazza di 15 anni che ho conosciuto anche io, che adesso mi riconosce e mi chiama per nome, ma che io a sento riconosco dato che non è più bionda ed esile, ma di tutti i colori e grassottella, detto così assai ottimisticamente.
    Eppure, ti giuro, per una mezzoretta si ritorna di colpo giovani e senza pensieri. Poi arriva il Tschüss, tanti saluti ad AnnaMaria e ci si ritrasforma in anzianotti.
    Prodigi della memoria o del fato, non so.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, posso immaginare quanta esperienza di visi e di storie di emigrazione tu abbia potuto conoscere fuori dall'Italia.
      Il rammarico sta nel constatare quanti di noi abbiano dimenticato quel passato e le sue storie, magari vicine, vicinissime, e per tempo, e per familiarità...
      p.s.: e poi, dimenticavo, carissimo, che il Friuli di Anna Maria ha un passato di emigrazione altrettanto doloroso.

      Elimina
  2. stupenda questa "transiberiana in tono minore"
    brava davvero
    massimolegnani

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' che l'epica, a volte, si celebra più nella vita che nelle opere scritte

      Elimina
  3. Sono figlio di quel Sud da te magistralmente descritto, quel Sud che in un recente passato veniva ancora attraversato dai famosi treni della notte diretti verso le città del Centro-Nord, con il suo carico di speranze, desideri e nostalgie. E da buon ex ferroviere li conosco molto bene quei treni: mi trasportavano, quasi ogni fine settimana (andata e ritorno) da Trieste (dove lavoravo) al mio paese in provincia di Salerno. Ma ero già un “privilegiato” a quei tempi e non portavo la valigia di cartone legata con lo spago. Quest’ultima, però, era quella che utilizzò mio padre (ero un bambino e ricordo ancora le lacrime di mia madre) quando partì con un treno della notte, destinazione Germania, alla ricerca di uno straccio di lavoro; lavoro che lo Stato italiano non era in grado di offrirgli.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Però, che storia interessante questa tua, da Salerno a Trieste...

      Elimina
  4. Credo sia un pezzo di storia che dovremmo raccontare e mostrare, ai ragazzi di oggi...finchè ci sono testimoni...

    RispondiElimina
  5. Inutile spiegarlo a chi non l'ha mai provato
    Io non l'ho mai provato ma da come l'hai descritto, così bene, ho capito parecchio di più.

    E intanto ci sono adesso quelli che partono e manco hanno la valigia di cartone e manco sanno dove arriveranno e se arriveranno.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' implicito nel mio post il riferimento ai migranti (della disperazione) di oggi e alla necessità conseguente di non dimenticare il nostro essere stati migranti.
      Ancora oggi poi, da noi ci sono i migranti: per lo più giovani e destinati a non tornare...

      Elimina

Da amministratrice unica del mio blog mi riservo di decidere il destino dei commenti "inopportuni", offensivi e/o minacciosi. Sempre.