sabato 28 aprile 2018

Štěpán, la Storia e la favola- "il vento del bosco interiore"

Il resto del Paese, quello  che Štěpán attraversò nelle primissime ore del giorno, era ancora immerso nel sonno, imbambolato, e solo rari e flebili echi della follia praghese cominciavano a giungere nei villaggi di campagna, mentre l’unico segnale concreto della tragedia in atto erano i rari carri armati posizionati sulle strade secondarie, le stesse che Štěpán aveva scelto per fuggire.
Verso mezzogiorno, il nostro si presentò alla frontiera con l'Austria, dove i russi, dopo una grossolana ispezione, che non risparmiò i suoi disegni, ma risparmiò le sue mutande e, soprattutto, i rullini di Josef lì custoditi, lo lasciarono passare, riservandogli persino qualche sguardo di ironica compassione: quell'uomo pareva loro uno strampalato qualunque, messosi in viaggio senza ragione, uno cui nessun vero cospiratore avrebbe mai potuto affidare nulla di importante.
Prima di varcare il confine austriaco, Štěpán aveva comprato dei viveri  e una bottiglia di Karlovarská Becherovka per combattere il freddo, perché da quelle parti iniziava già a farsi autunno e le notti in Trabant sarebbero state tutte durissime. Purtroppo le scorte finirono presto: arrivato a Linz e imboccata la strada per Salisburgo, Štěpán cominciò a sentire le fitte della fame e decise di entrare in un piccolo negozio di fornaio di un paese di campagna, lindo e pinto, come da sempre piace agli imperturbabili (e talvolta inquietanti) eredi e superstiti dell'Austria Felix. In quell'isola-presepe di lucida lacca della campagna austriaca lo attendeva la prima, crudele, resa dei conti con la sua nuova vita da povero esiliato politico, in fuga da una patria ormai inesistente, senza destinazione e senza destino certo.
Štepán entrò affamato  nel negozio di pane e di dolci, nel quale, a secondo dei casi, si poteva riuscire già con il solo profumo a far rinvenire un morto o a stendere stecchito un fuggiasco affamato come lui. Il contatto tra Štěpán e la nuova realtà fu subito tristissimo: non poteva comprare nulla con le sue misere corone. Il fornaio si limitò a squadrarlo impietosamente, sebbene sapesse o potesse immaginare facilmente che quello era uno dei primi profughi provenienti dalla repubblica invasa, dalla città sottomessa a suon di carri armati, le cui immagini avevano riempito i telegiornali del mondo.
Sentendosi perduto, Štěpán tentò di vendere i suoi disegni, ma quasi tutti gli risposero con il classico sorriso da cuore grezzo, tanto che al povero disegnatore non rimase altra risorsa che l'aiuto del parroco del paese, cui Štěpán si offrì per umili lavori in cambio del minimo per vivere. Con i primi spiccioli si comprò dei colori e della carta da disegno, il suo secondo e altrettanto necessario pane, ma non resistette a lungo in quel paese e, in un giorno di metà ottobre, dopo aver racimolato i soliti vecchi abiti e una giacca di lana cotta avuta in regalo da un'anziana parrocchiana cui era morto da poco il marito, riprese la Trabant e si mosse verso Monaco: chissà se la Germania, lo avrebbe accolto meglio...
Si fermò in un villaggio rurale a sessanta chilometri da Monaco, trovò un letto e una stanzetta da dividere con uno studente e iniziò la vita del pendolare: la mattina prestissimo partiva in treno e andava a lavorare in città, facendo l’uomo di fatica dove capitava; la sera riprendeva a disegnare ed erano disegni su disegni che si ammucchiavano in un modesto armadietto, disegni che Štěpán amava mostrare al suo compagno di stanza e ad Annelore, la bimba di cinque anni figlia della padrona di casa.
Tuttavia l’inquietudine non lo lasciava, e mentre le poche notizie che giungevano dal suo Paese si facevano ogni giorno più drammatiche, Štěpán, obbedendo al richiamo del vento che agitava il suo bosco interiore, in un colorato giorno  di marzo, riprese il viaggio, dirigendosi verso sud.
Scelse un tragitto contorto, come se stesse ancora fuggendo da Praga, e due giorni dopo si ritrovò al passo di Monte Croce Carnico.
Entrò dunque in Italia e scese da Tolmezzo verso la Conca Ampezzana e da lì verso il Cadore, dormendo dove capitava, spesso ospite di parroci cui dava una mano ripassando il colore in chiesa su certe semplici immagini devozionali in cambio di poco denaro, di un pasto caldo e, se era fortunato, di un letto. Si nutriva come poteva, aiutandosi con la grappa quando il freddo, soprattutto la notte, si faceva più insopportabile. 2/

3 commenti:

  1. Si si..avevo capito che c'era dell'onirico :)
    Ma quindi continua?

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    Risposte
    1. Sì, continuerà fino al momento in cui l'artista decise di fermarsi, approdando in un luogo che sentì finalmente suo.
      Il lungo peregrinare dopo la fuga da Praga e l'approdo in Italia è storia vera, ma, te lo assicuro, quando ho letto la sua storia sono rimasta incantata, come catturata dentro una fiaba e ho pensato che non c'era nessuna differenza tra il fascino favolistico dei suoi disegni e la sua vita

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    2. Sai, ho pensato che ad uno così ricco di favole e poesia non si potesse dedicare altro che una favola.
      p.s.: il prossimo post sarà l'ultimo.
      Baciotti

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