venerdì 18 maggio 2018

tutto d'un fiato

Luciano
Però io vorrei dire: siamo proprio certi che il "tutto d'un fiato" sia sempre e comunque un pregio? Non sono splendide anche le esperienze (letture, ascolti, amori, relazioni, riflessioni...) più dense e che ci invitano a percorrerle con un passo meno a perdifiato?
Luciano Comida

Così scriveva il caro e rimpianto Luciano Comida in un commento sul mio primo blog .
Il mio post  aveva come tema un certo tipo di scrittura ridotta all’osso, che, per alcuni anni e in parte ancora oggi , viene osannata per la sua “scheletricità descrittiva”.
Con poche parole Luciano stese un'apologia della lentezza in tema di scrittura e di lettura, ma anche di vita e di relazioni: lentezza intesa come complessità e attenzione al dettaglio, modalità di vita e di lettura che non prevede  e non ammette di divorare qualunque cosa alla stregua di una barretta dietetica,  perché richiede sforzo, umiltà e tenacia.
In tema di lettura, i libri che chiedono tempo e pazienza, e/o anche di essere riposti dopo qualche pagina e poi ripresi, sono simili a certe pagine importanti della vita, quelle sulle quali non si saprà mai abbastanza perché non si sarà mai finito di rifletterci. Sono queste le pagine (scritte o vissute, ma anche scritte-e-vissute) che ci fanno crescere. Di sicuro, con certa scrittura di moda, (che io definirei "scrittura vergata con lo stiletto"), può capitare di rimanere velocemente folgorati, ma tutto sta a vedere quanto dura la folgorazione...
Adattarsi alla lentezza sta diventando sempre più un andare controcorrente, un essere fuori moda, un perdere tempo, roba da incapaci di ottimizzare l'attimo, quest'ultimo meglio se S-fuggente. 
Anche per questo, la scrittura asciutta, al limite dello scheletrico, ha trovato in anni recenti schiere di seguaci e adoratori, incapaci di misurarsi con la complessità, nella lettura così come nella vita.
Certo, si potrebbe obiettare che c’è stato chi ha scritto: “mi illumino d’immenso”,  quattro parole e un apostrofo, (un pronome riflessivo, un verbo indicativo, una preposizione e, alla fine, un concetto reso senza limiti di spazio e di contesto), ma miracoli di questa portata non stanno dietro ad ogni angolo e non sono realizzabili dal primo che passa e scrive.
Ritrovare la pazienza nella lettura è  un po' come riaccostarsi ai sapori antichi: un pomodoro strofinato per bene su di una fetta di pane buono, un filo d’olio e l’essenzialità è servita,  senza buchi, senza carenze di gusto e senz'avarizia espressiva.

4 commenti:

  1. Ecco, io qui mi sento chiamata in causa.
    Tendo ad essere divorata da una sorta di febbre quando affronto qualcosa di nuovo (libro, mostra, viaggio...) ed è molto diffricile per me tirare il freno.
    Difatti sono proprio una che ama la scrittura asciutta, il pugno allo stomaco.
    Ma dio sa quanto vorrei averlo imparato, un modo più cauto e lieve di stare al mondo.

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    1. Ti credo, cara Gioia, anche perché io stessa soffro di ricorrenti "frenesie".
      Tuttavia, quando scrissi il post cui ho accennato, avevo in mente un altro tipo di lettore/ice: gli osservanti integralisti dell'ultima tendenza letteraria, per capirci. Ce n'era una in particolare, di lettrice-blogger che non faceva altro che celebrare la scrittura così come a lei piaceva (e tutto il resto era monnezza, detto alla romana).
      Io non disdegno di viaggiare tra vari tipi di scrittura, ma mai mi sentirei di celebrarne una come assoluta, quest'è.
      A volte- e questo era il caso della lettrice di cui sopra- si osanna qualcosa o qualcuno solo perché si vuole dimostrare di essere al passo coi tempi, più giovani dei giovani...non so se mi spiego...e, comunque, non mi pare che questo sia il tuo caso, bellezza!

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  2. E tutto porta a pensare che sarà sempre peggio. Che poi vuol dire impoverimento della lingua sempre più schematica. Parlavi del buonissimo pane con olio e pomodoro, ma adesso è vincente McDonalds.

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    1. e a Donalds, (a tutti i Donalds!), noi rispondiamo: chi se ne frega!

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