lunedì 2 settembre 2019

Irma

dipinto di Karolin Kubin
Lorenzo guardava sua madre senza essere sicuro del fatto che lei lo vedesse. Erano nella stessa stanza ma per mille ed inspiegabili ragioni erano già in due vite diverse: lui in quella del quotidiano e delle sue necessità, lei in un tempo sospeso che in quest’ultimo squarcio di vita la stava illuminando di una luce forte, colma di imbarazzante serenità, imbarazzante solo per gli altri però, una serenità senza particolari scosse, più potente di qualunque difficoltà fisica impostale dalla vecchiaia.
Irma se ne stava sempre nella sua pace luminosa e quasi paradisiaca (mai vista così un solo giorno della sua vita di prima, così ricordava suo figlio). A volte canticchiava, sorridendo, seduta sul sofà come una regina appagata, in grado di guardare il mondo e i suoi abitanti da altezze sconfinate.
L’impressione, così raccontava suo figlio Lorenzo, era che Irma, con mezzi misteriosi, fosse entrata in possesso della verità, che si fosse fatta un tutt’uno con lei, abbracciando una forma di saggezza definitiva e totalizzante.
Nessun problema e nessun dolore sembravano riuscire più ad avvicinarla: era docile con  medici, infermieri e badanti, il suo corpo era a disposizione di tutti per le necessità della sua sopravvivenza. Ma la sua mente no, non era più a disposizione di nessuno, era volata già via, forse sistemata in qualche angolo alto della stanza ad osservare tutto e tutti, senza più né rancori, né dolori, né compiacimenti o attese, niente di niente.
Era questo il grande nodo, il mistero terribile e magnifico, pensava suo figlio Lorenzo: la mente di sua madre era solo per lei, collocata in un mondo a parte e privata, finalmente, dalla fatica e dalle scosse di “adeguamento affettivo” in cui tutti gli altri si dibattono.
Ogni tanto, Irma chiedeva di suo marito o dei suoi genitori, entrambi assenti dal mondo da tempo.
Ogni tanto scambiava una persona per un'altra, ma senza accorgersene, rimanendo felicemente sospesa nel suo errore, con un atteggiamento incurante, bambino.
Al figlio che, di tanto in tanto, cercava di insinuarle piccoli dubbi per stimolarne il senso di realtà, Irma rispondeva senza rispondere, con un amabile distacco, quasi solo per rassicurarlo. A volte, quando lui insisteva, Irma cambiava discorso, oppure diceva non so, dolcemente, rifiutando ogni fatica e ogni dubbio.
A Lorenzo un po’ pesava rimanere del tempo sospeso, immerso con lei in questo non-dialogo, in questa pausa emotiva così innaturale; e però, al tempo stesso, quella pausa era così piena di pace da risultare per certi versi ammaliante, quasi fosse una dimostrazione di potenza.
Così, mentre la osservava seguire sognante chissà quale pensiero impenetrabile ma rassicurante- glielo leggeva chiaramente in volto- Lorenzo pensò che quella di sua madre era una condizione invidiabile, la stessa per la quale veri e presunti meditatori e santoni si affaticano per tutta la vita: il magico, impensabile punto di non ritorno nell’accettazione di ogni condizione imposta dall’esistenza, compreso il suo inevitabile termine. 
(dedicato con amore ai due protagonisti)



4 commenti:

  1. proponi, in modo delicato e consolatorio, una nuova visuale per quel perdersi della mente anziana che tanto ci spaventa e ne fai una condizione quasi invidiabile.
    una delle tue pagine più belle.
    massimolegnani

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  2. Grazie, @Carlo.
    Il racconto è la trascrizione di quanto mi è stato riferito dal protagonista e, al di là dell'amore che ho sentito dentro alle sue parole, penso che questa sua sia un'esperienza più fortunata di altre, nelle quali sono l'agitazione e l'aggressività a farla da padrone.
    Sai, ho trovato bellissimo il suo modo di raccontarmelo, sereno a suo modo, stupefatto anche, partecipe però, sempre.
    Un abbraccio.

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  3. da "Lorenzo":
    mi hai accarezzato il cuore

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