venerdì 27 settembre 2019

la timidezza della povertà


Diversi anni fa, in un pomeriggio di inizio primavera, viaggiavo sulla metropolitana in una carrozza discretamente vuota, un fatto questo che mi permetteva di cogliere i volti e immaginare le storie che vi si muovono dentro con spirito “scientificamente inesatto e fantasioso”.
E c’era, seduta di fronte a me, una coppia di viaggiatori, formata quasi certamente da una nonna con il nipote: un bambino tra gli otto e i dieci anni, capelli di grano e guance rosse, guance che sembravano conservare il ricordo di altri climi, ben più severi del nostro. Erano evidentemente dell’est Europa entrambi, intimiditi, quasi goffi, teneramente goffi mi viene di scrivere, con i loro "atteggiamenti di campagna". 
Il bambino, che andava osservando attentamente ogni cosa e ogni persona, si era soffermato a lungo con lo sguardo imbambolato su di un suonatore ambulante malmesso ma con un gran sorriso, un sorriso tanto deciso quanto sdentato; verosimilmente, anche il suonatore era un transfugo, giunto da chissà quale territorio del mondo extra- summit e fuori-global.
Si intuiva che il bambino era stato catturato e dalla musica e dal suonatore, tanto da essere entrato, lo si capiva dall'espressione, in una sorta di nuvola sognante. Probabilmente per questo, per la sua espressione ingenuamente affascinata, il bimbo aveva attratto la simpatia di una donna di mezz’età, che stava seduta accanto ai due. Ad un certo punto, la donna aveva estratto dalla borsa delle caramelle offrendole al bambino color di grano, determinando con il suo gesto, inconsapevolmente, la discesa senza rimedio del bimbo nel pozzo della timidezza più nera. Di fatto, il bambino era rimasto interdetto, fermo a fissare il palmo della mano della donna aperto nell'offerta, ritraendosi ed appoggiandosi completamente al corpo della nonna, l’unica impronta d’affetto conosciuta e fidata presente vicino a lui. La nonna, dopo qualche attimo di esitazione, aveva preso a spronarlo perché prendesse le caramelle, ma il bimbo resisteva, resisteva, resisteva, finché la passeggera, con un gesto delicato e rispettoso della timidezza infantile,  aveva appoggiato delicatamente le caramelle sul sedile vuoto tra lei e il bambino subito prima di scendere. Ma il bambino non cedeva ancora, andava poggiando lo sguardo ovunque meno che sulle caramelle, finché la nonna non intervenne, raccogliendole per lui. 
Era evidente che l’origine di quella timidezza esagerata era la condizione sociale, di povertà e di straniero che gravava sul bambino: le caramelle erano sicuramente un motivo di attrazione, ma erano anche qualcosa cui non era abituato, il regalo senza perché di un estraneo; era come se ĺ’offerta spontanea di un dono da parte di una sconosciuta l'avesse reso ancora più debole, esposto.
La scena mi aveva commosso, lasciandomi addosso una tristezza sottile e persistente: il bimbo mi aveva ricordato altri bambini, con gli stessi gesti e le stesse ritrosie, visti  negli anni della mia infanzia nei paesi più poveri e sperduti della mia terra, bambini con un senso arcaico della dignità ed un’educazione al riserbo che pareva indispensabile nella loro condizione, un riserbo che li rivestiva però di una timidezza paralizzante, dolorosa a cogliersi, perché sintomo del riconoscimento istintivo di una condizione di subalternità, di precarietà e di insicurezza esistenziale
Quando raccontai questa storia per la prima volta, ci fu uno che scrisse:
"c'è una subalternità che si riflette nei gesti e nella capacità di accettare, ancor prima che chiedere. Una parte della violenza insita nelle rivoluzioni sta, a mio avviso, nel diritto violato troppo a lungo nel poter chiedere ed avere... Finchè resta nei confini individuali, è ritrosia, timidezza e può risolversi nel tempo, forse rovesciarsi in una spinta a mutare il proprio stato sociale, a tentare di ottenere riscatto. Ma qualcosa non si aggiusterà mai e si trasformerà in atti compensativi. La dignità credo sia l'unico valore che può essere sviluppato a prescindere, perché non deve accadere che un bambino abbia più paura più che dignità
E questa mi appare, ancor oggi, la miglior osservazione possibile.
p.s.: le immagini postate, sempre intense ed emozionanti, sono di Monika Bulaj.

8 commenti:

  1. Ieri sorridevo con la mia compagna raccontandole di alcuni episodi avvenuti nel collegio per ricchi dove studiavo, io che vengo da una famiglia con pochi soldi. Una volta mio padre mi accompagno' a una festa serale, guidava la Panda scassata del mio nonno morto da forse un mese e quando incontrai i miei compagni, una ragazza di terza liceo, io ero in prima, mi disse "Ti sei fatto accompagnare dal primo barbone che passa per strada?" Io mi misi subito a litigare e quando mi girai vidi mio padre contento per la mia reazione d'orgoglio ma vidi anche che teneva stretta la mano di mia madre, con un'infanzia da sottoproletaria, che avrebbe tanto voluto scappare via.

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  2. Buongiorno Sabina, come butta, tutto ok? mi auguro di sì!
    Sempre illuminati e profondi i tuoi articoli.

    " bambini con un senso arcaico della dignità ed un’educazione al riserbo…"
    tempi andati, purtroppo.

    Il corsivo è, come tutto il post, degno di nota, sintetizza un concetto Freudiano basico, la diffidenza può essere difesa ma anche attacco psicologico, tutto ciò spartisce poco con la dignità. Ciò che hai scritto è frutto di una forma mentis educativa che si è persa, felice di averla vissuta.

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    1. Bentornato, TADS!
      Non sono d'accordo su "tutto ciò spartisce poco con la dignità" e ora ti spiego perché.
      La persona povera, adulta o bambina che sia, che non si getta addosso a ciò che le viene offerto mostra di saper rimanere "al di sopra della sua condizione di necessità", anche se questo le costa, le costa anche molto.
      Mostrarsi immediatamente sensibili ale offerte e ai regali certifica la subalternità, la dipendenza, questo penso. Un concetto applicabile anche ai giorni nostri, penso ai rapporti tra uomini di potere e donne in cerca di visibilità, ad esempio.
      Certo, il non cedere al primo istante, al primo gesto di offerta non è detto che sia sempre un atteggiamento consapevole, men che mai in un bambino: certi comportamenti "dignitosi" non si trasmettono necessariamente con discorsi complessi, più spesso sono indotti dall'intuizione educativa di un senso di rispetto di sé che va oltre la condizione reale e il patrimonio intellettuale cosciente.
      Ma anche questa io sento di poter chiamare dignità.
      Non a caso ho parlato di un senso arcaico della dignità.
      Ovvio, sento di doverlo sottolineare, tutte queste riflessioni possono suonare come "fatte in testa" a chi vive direttamente sulla propria pelle la condizione della povertà...e un po' è davvero, inevitabilmente, così...
      Grazie per l'apprezzamento delle mie parole e di quelle del commento riportato in corsivo.

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  3. lungi da me infilarmi in un ginepraio interpretativo, la dignità non è gestore, è molla intrinseca del proprio essere, perdonami ma non si può parlare di dignità in una reazione di un bambino, infatti l'hai definita arcaica. La dignità è un valore contestualizzato, la reazione del bambino è una formula comportamentale, sono cose diverse.
    Esistono ricchi dignitosi, poveri senza orgoglio e viceversa. La dignità è non rubare né prostituirsi quando si ha fame, di pane o di gloria, di esigenze reali o capricci, la dignità è capacità di stare con la schiena dritta quando qualcuno vuole piegarti. Un bimbo che rifiuta una caramella è semplicemente un bimbo che pone in essere una rigida educazione.

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    1. Sai, per certi versi stiamo dicendo la stessa cosa, almeno così a me pare.
      La "manifestazione della dignità" nel bambino non è semplicemente un istinto arcaico, bensì qualcosa di fortemente (anche ferocemente vorrei dire) indotto da un'educazione rigida, esattamente come hai scritto tu: è il riflesso del codice comportamentale degli adulti.
      Sai, non a caso ho scritto "un riserbo che li rivestiva però di una timidezza paralizzante, dolorosa a cogliersi, perché sintomo del riconoscimento istintivo di una condizione di subalternità, di precarietà e di insicurezza esistenziale".
      Ovvio che quel modello comportamentale, tanto rigido quanto punitivo e del tutto non istintivo, comportasse un peso, una pena, una dolorosa sottrazione d'infanzia.
      Insomma, riassumendo: negli adulti quello era un comportamento introiettato dall'esperienza, mentre nei bambini non poteva essere altro che una "gabbia" educativa, anche se, visti i modelli attuali di comportamento ci sarebbe da rimpiangere qualcosina-ina-ina...

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  4. sottoscrivo in toto, tra persone intelligenti ci si capisce sempre ;)

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