giovedì 17 gennaio 2019

quando urge la supercazzola



«Mascetti: Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?
Vigile: Prego? 
Mascetti: No, mi permetta. No, io... scusi, noi siamo in quattro. Come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribàcchi confaldina? Come antifurto, per esempio.
Vigile: Ma che antifurto, mi faccia il piacere! Questi signori qui stavano sonando loro. 'Un s'intrometta!
Mascetti: No, aspetti, mi porga l'indice; ecco lo alzi così... guardi, guardi, guardi. Lo vede il dito? Lo vede che stuzzica? Che prematura anche? Ma allora io le potrei dire, anche con il rispetto per l'autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?
Vigile: Vicesindaco? Basta 'osì, mi seguano al commissariato, prego!
Perozzi: No, no, no, attenzione! Noo! Pàstene soppaltate secondo l'articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati, per due, anche un pochino antani in prefettura...
Mascetti: ...senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapìa tapiòco. 
Perozzi: ...dopo...»


E' uno stralcio di dialoghi tratto da "amici miei", sicuramente l'avrete riconosciuto da soli.
Molti dialoghi di quel film (dell'intera serie)  mi fanno ridere e pensare, anche perché, in alcune situazioni, lo confesso, ho usato anch'io lo sproloquio " senza senso compiuto". Non credo di averlo fatto mai per puro esercizio di "spocchia" bensì, piuttosto, come via di fuga, se così si può dire, come arma di difesa necessaria, perché parlare, cercare di dialogare con chi vive senza senso è quasi sempre una fatica inutile.
Il tipico interlocutore "senza senso" è di frequente un individuo aggressivo, convinto di dominare la logica meglio di chiunque altro, anche se, in concreto, è incapace di trovare un senso generale del mondo e dell'esistenza e men che mai di attribuire un senso ai suoi simili. E' abituato  a vivere inveendo, brandendo argomenti e recriminazioni come asce, pur di avere ragione a tutti i costi: li lancia e li rovescia addosso all'interlocutore, che, fatalmente, diviene il reo e l'assassino, finisce cioè per impersonare il lato nero dell'accusatore.
Certo, i protagonisti di "amici miei" erano dei provocatori nati, uomini qualunque, che nello scherzo trovavano la loro prova d'esistenza, il loro senso "pubblico", in contrapposizione al piccolo mondo mediocre, impregnato di consuetudini rassicuranti (nelle quali, peraltro, loro stessi vivevano ingabbiati, tipici esempi di certa toscanità verace e assai cattivella). I componenti di quella compagnia dello sberleffo usavano il metodo di rovesciare il tavolo e, impugnando la mediocrità come un'arma letale, spogliavano con cinismo assoluto le loro vittime. Avevano sicuramente tanto tempo da perdere, per dirla con scontata saggezza, ma non erano mai esclusivamente crudeli e gaglioffi, piuttosto affondavano la lama nella piaga della mediocrità altrui, che, almeno in parte, era anche la loro (senso del limite? autoironia o autocritica? di tutto un po' a parer mio).
Tutto questo sproloquio per dire, sintetizzando, che a volte, quando capitano soggetti "irrecuperabili", è meglio lasciar perdere, oppure, energie permettendo, ci si può esercitare giocando alla maniera di "amici miei": può essere divertente distrarre e ubriacare di parole inutili l'interlocutore invasato, in attesa che quell'ultimo "eventuale" residuo di dubbio (se ancora c'é in lui/lei)  riaffiori e gli faccia venire un po' di sano mal di mare.
Amen.

lunedì 14 gennaio 2019

l'aquilone


In un inizio di settimana più estraneo di altri, fatico a fare i conti e a riprendere i contatti con le domande e le risposte banali che mi si propongono.
Il senso del vuoto che avverto ha un tratto preciso, realisticamente accettabile, ma non me, solita incontentabile, non ora.
Le facce del quotidiano mi scorrono davanti in un immaginario catalogo dal quale non so scegliere alcun articolo: tutto già visto, e non mi piace.
Allora interrompo e divago, mangiando una mela rossa e lucida come quella di Biancaneve, una mela bella davvero, benché non sia il regalo di alcuna strega e regina. Finisco per cedere all'unica salvezza, la fantasia e l'estraneazione, e salgo in sella ad un aquilone immaginario: da lì guardo giù, ad occhi tondi ed interroganti, il resto da me e mi godo la distanza che mi separa.
E’ forse questo lo spleen?
Il greco  σπλήν, il latino splen? 
Sorrido pensando che all’origine, per i Greci e per i Romani, cose così erano solo roba di umori e di milza.
Sorrido ancor di più leggendo che pure il Talmud riconosceva allo Spleen e alla milza poteri d’umore e responsabilità nella dinamica del riso.
Ma per me, oggi, in questo giorno di assenze-vuoti-pause-adempimenti insignificanti, lo Spleen sa soprattutto di crescente mancato adeguamento, di frequenze introvabili per sintonie impossibili, filo diretto di trasmissione con la malinconia.
 μελαγχολία
 da μέλας-nero e χολή-bile...tutto torna...

Sanguis dominatur in dextero latere sub epate, colera rubea ibidem; in sinistro vero latere, scilicet in splene, colera nigra” così recita il  "Trattatello Medioevale Salernitano sull'Alimentazione", ma a me oggi non basta davvero: meglio, decisamente meglio un aquilone...