lunedì 21 maggio 2018

gente per bene e donne pericolose


Ero seduta sopra uno sgabello in un bar tanto per bene e, dondolando le gambe come la più sfrontata degli sfaccendati, fantasticavo sul fatto che, se fossi nata in un'altra epoca,  mi sarebbe piaciuto essere Lou Salomé o Sabine Spielrein o Milena Jesenka...sì,  lo so, è vero: l'immodestia, quando mi prende, mi prende di brutto!
Fantasticavo sul loro spirito libero, molto più libero del tempo in cui si sono trovate a transitare: una caratteristica rara questa, indice di grande coraggio, soprattutto se si tratta di donne.
Perché sì, mi piacerebbe tanto se anche qui, nel Paese dall'assassinio facile delle donne, si potesse coltivare senza incidenti uno spirito libero, senz'andare a sbattere contro Nessuno/a. E mi piacerebbe soprattutto se fosse vero ora e qui, in questo tempo ingrato, dove troppi oratori da quattro soldi si ingozzano con il discorso della parità ormai raggiunta (e subito dopo ruttano com’acché per esprimere il loro vero pensiero),  e dove una donna per affrancarsi da legami pesanti e punitivi  deve imparare a guardarsi  le spalle mentre rientra a casa e a far sparire i coltelli dalla cucina.
Però, dopo poco, mi sono detta: piantala, tanto sei nata in Italia, paese notoriamente affezionato alle donne e agli spiriti liberi.
Eppure sarebbe bello vivere semplicemente liberi; manifestare la propria opinione senza correre il rischio d'essere catalogati come disfattisti professionali da certi petulanti benpensanti;  esprimersi senza dover sempre imbellettare e/o diluire le opinioni troppo nette; camminare senz'inciampare  in bacinelle di melassa, messe lì come trappole dalle fatine buone e sensate di turno; andare avanti per la propria strada senza incappare nei soliti pregiudizi, magari camuffati da buonsenso e buone maniere; vivere, insomma, senza tacchi, lasciando e scegliendo liberamente i tacchi per le sole occasioni in cui ci piacciono davvero.
A questo pensavo, dondolando le gambe come una sfaccendata da sopra uno sgabello, mentre intorno a me navigavano nell'aria del bar i discorsi scivolosi ed unti di signore e signori, che parevano usciti dall’omonimo film di Pietro Germi: gente intenta a sparare  vassoi  di sentenze e inviti alle più antiche forme di prudenza&convenienza. 
Li ascoltavo, mio malgrado, i discorsi dei signori e delle signore che da sempre sanno come va il mondo, gli stessi e le stesse che, per crocifiggere i dissenzienti, ma soprattutto le dissenzienti, ricorrono alla solita figura retorica e, citando, i loro Testi Sacri, sentenziano: quello/A ha un conflitto intimo irrisolto...eccolo, si sa, il problema all'origine di ogni ribellione.
Così, alla fine di tutte queste considerazioni, ho pagato il mio e me ne sono uscita dal bar per non sentire più e continuare a sognare, ché i sogni non li vede e non li può censurare nessuno, neanche la gente così tanto per bene.

n.b.: qui sotto ho inserito un video emblematico, in cui l'Uomo, che meglio di tutti incarna la mascolinità italica perfetta, se ne esce con una delle sue battute migliori...ma questo non è niente: il suo interlocutore fa di peggio, (perché in ogni situazione c'è sempre un allievo che supera il maestro), e tutto si trasforma in un gran mercato delle vacche.
E ora qualcuno, ma anche, ahimè, qualcunA, dirà che si tratta solo di due gentiluomini galanti di vecchio stampo, pieni di tanto gusto del vivere e amore del bello...



  


venerdì 18 maggio 2018

tutto d'un fiato

Luciano
Però io vorrei dire: siamo proprio certi che il "tutto d'un fiato" sia sempre e comunque un pregio? Non sono splendide anche le esperienze (letture, ascolti, amori, relazioni, riflessioni...) più dense e che ci invitano a percorrerle con un passo meno a perdifiato?
Luciano Comida

Così scriveva il caro e rimpianto Luciano Comida in un commento sul mio primo blog .
Il mio post  aveva come tema un certo tipo di scrittura ridotta all’osso, che, per alcuni anni e in parte ancora oggi , viene osannata per la sua “scheletricità descrittiva”.
Con poche parole Luciano stese un'apologia della lentezza in tema di scrittura e di lettura, ma anche di vita e di relazioni: lentezza intesa come complessità e attenzione al dettaglio, modalità di vita e di lettura che non prevede  e non ammette di divorare qualunque cosa alla stregua di una barretta dietetica,  perché richiede sforzo, umiltà e tenacia.
In tema di lettura, i libri che chiedono tempo e pazienza, e/o anche di essere riposti dopo qualche pagina e poi ripresi, sono simili a certe pagine importanti della vita, quelle sulle quali non si saprà mai abbastanza perché non si sarà mai finito di rifletterci. Sono queste le pagine (scritte o vissute, ma anche scritte-e-vissute) che ci fanno crescere. Di sicuro, con certa scrittura di moda, (che io definirei "scrittura vergata con lo stiletto"), può capitare di rimanere velocemente folgorati, ma tutto sta a vedere quanto dura la folgorazione...
Adattarsi alla lentezza sta diventando sempre più un andare controcorrente, un essere fuori moda, un perdere tempo, roba da incapaci di ottimizzare l'attimo, quest'ultimo meglio se S-fuggente. 
Anche per questo, la scrittura asciutta, al limite dello scheletrico, ha trovato in anni recenti schiere di seguaci e adoratori, incapaci di misurarsi con la complessità, nella lettura così come nella vita.
Certo, si potrebbe obiettare che c’è stato chi ha scritto: “mi illumino d’immenso”,  quattro parole e un apostrofo, (un pronome riflessivo, un verbo indicativo, una preposizione e, alla fine, un concetto reso senza limiti di spazio e di contesto), ma miracoli di questa portata non stanno dietro ad ogni angolo e non sono realizzabili dal primo che passa e scrive.
Ritrovare la pazienza nella lettura è  un po' come riaccostarsi ai sapori antichi: un pomodoro strofinato per bene su di una fetta di pane buono, un filo d’olio e l’essenzialità è servita,  senza buchi, senza carenze di gusto e senz'avarizia espressiva.