lunedì 27 febbraio 2017

Non si ruba l'amore, mai, neanche al bar



"Non si ruba l'amore, mai" , così concluse il suo racconto l’ineffabile signor Kowski, il racconto di una sera come tante, al solito bar.

Era stato, come sempre, un racconto diritto, scarno ed efficace, come tutto ciò che a Kowski viene dal cuore, anche se nel suo cuore non abita nulla che si possa dire scarno. E se la sua storia fosse vera o inventata a bella posta per l’occasione non saprei dire: è che a volte il signor Kowski sembra quasi volersi esprimere per parabole, forse perché  lui è un uomo antico, nel senso più prezioso del termine.
Il fatto era accaduto in un bar di sera tardi, in una periferia come tante, tra una piccola folla di solitudini raccolte ai tavolini, solitudini di ogni età.
Una ragazza bella, con la faccia macchiata di vento, di pianto e di mascara nero era entrata e, dopo un po', gli si era avvicinata e aveva iniziato a chiacchierare: cercava compagnia per un quarto d'ora, il tempo di bere qualcosa.
Il signor Kowski raccontò che la ragazza diede due o tre occhiate in giro  e scelse il suo tavolo, cosa che a me sembrò del tutto normale, perché, sapete, qualunque cosa ne pensi lui, io credo che il signor Kowski porti scritto in faccia la sua solitudine senza rabbia, la sua malinconia impiastricciata di tenerezza non spesa.
Quella ragazza era bella, ma doveva aver pianto da poco e, soprattutto, aveva la tristezza per antenna, così scelse il signor Kowski.
Io non so se lei gli raccontò cosa le era  accaduto, forse ne accennò appena, so però che il signor Kowski le pagò da bere e l'ascoltò, con quel suo distacco apparente, ché tutti quelli che non sono irrimediabilmente ciechi riconoscono per quello che è: una sponda di sensibilità e benevolenza che non fa distinzione tra giovani e vecchi, tra uomini e donne, tra sobri e ubriachi.
La ragazza era bella e non era affatto cieca: lesse nell'animo del signor Kowski, gli raccontò la storia della sua tristezza e si lasciò andare, mentre il vino le faceva da compare. Così, ad un certo punto, al tavolo del bar si ritrovarono in tre: la ragazza, Kowski e il vino, con quest'ultimo a far da compare agli altri due.
Il signor Kowski mi disse che ci fu un momento in cui capì che, se fosse rimasto ancora un po' lì con lei, la serata si sarebbe conclusa diversamente, ma che, quando il film di quella possibile conclusione passò negli occhi della ragazza, lui continuò a vedere il suo viso e  la sua solitudine imbrattata di vento, di pianto e di mascara nero e decise: anche quando l'amore dura mezz'ora soltanto va rispettato e mai rubato, perché l'amore va sempre e solo amato, perché l'amore è un sostantivo che si racchiude nel suo verbo e basta.
Così Kowski, benché si sentisse solo e pure parecchio brillo, decise  di non macchiarsi del reato di furto d'amore, perché ad esser ladri di amore non ci si guadagna né in prestigio, né in maestria e non serve neanche ad infliggere lezioni o ad affermare supremazie.
Kowski si ricordò dei suoi nonni, di quando gli avevano insegnato che l'onore e la dignità, se le possiedi davvero, non le toglierai mai ad una altro. Pensò che il furto d’amore macchia solo ed esclusivamente  il ladro, indelebilmente, così pagò il vino alla ragazza e se ne tornò ch'era notte fonda, solo e brillo.


venerdì 24 febbraio 2017

inquietanti apparizioni magiare

Strano trio giorni fa in metropolitana: due donne in età, una con la faccia più maltrattata di una pergamena dismessa e l'altra con un facciotto soffice da maritozzo, dote secondaria e derivata del suo sovrappeso generale. Entrambe con un paio di occhiali neri, le aste tempestate di strass, che lampeggiavano sui visi dalla pelle che sfumava verso il bianco del gesso, nuvole da albe nordiche. 
Le due dame di porcellana âgée&biscuit erano accompagnate da un presunto giovane, uno che sul documento di riconoscimento avrebbe dovuto portare l'annotazione "ehi! sono un ragazzo, massimo trentenne!" perché, alla resa dell’evidenza, era un ragazzo come se ne vedono sì e no nei vecchi film di Derrick: capelli biondi e radi, dispersi a mo' di nuvolaglia intorno alla faccia rosea e paffuta, con occhialini di metallo argentato a concludere il ritratto datato; sarebbe stato perfetto come musicista di una vecchia e onorata orchestra o come assistente di prelati, categorie umane entrambe affollate di prototipi invecchiati ben prima dell’età anagrafica. 
Quello che colpiva di più era però l’atteggiamento del trio: si guardavano intorno con aria di sufficienza, dall'alto dei loro abiti da inattendibile cerimonia, muovendo le labbra in un bisbiglìo costante ed evidentemente pettegolo; si scambiavano frequenti sorrisi a mezza bocca, ma la mezza bocca era per di più storta, atteggiata cioè ad esprimere disgusto. 
Era esplicita la loro sprezzante condiscendenza verso il resto del mondo metropolitano, così distante da loro, così miseramente afflitto dall’epidemia di  jeans mezzo-scuoiati, di magliette a fior di ombelico, di aspiranti soubrette di mezza stagione impegnate in improbabili vezzi seduttivi; un mondo gravato insomma da tutte le poltiglie e le  melmazze della
contemporaneità, da un'umanità plebea che si trascina tra un vagone e una stazione, tra una boccata di benzene e una sordità precoce da eccesso di musica in cuffia. 
Osservavano e disprezzavano i nostri tre compari, con la loro aria da nobiltà decaduta, scambiando, in una  lingua incomprensibile e difficilmente europea, commenti, ghigni e quant’altro in segno di disapprovazione verso l’umanità cialtrona e modernista. Parevano tre relitti di un’aristocrazia sommersa, figlia di...che so? forse di qualche paese dell'ex-cortina di ferro? 
Non saprei dirlo. So che erano inquietanti, vagamente vampiri e sicuramente sinistri, manco fossero stati parenti di Vlad Tepes, l'impalatore o  pro-nipotastri ddi qualche contessa, anche lei vampira&sanguinaria, alla Erzsébet Báthory. 
E visto che alla fine, dalla copertina di un libro incomprensibile, ho capito che si trattava davvero di pronipoti di Attila-flagello-di-dio-e-di-tutti-i-santi, ho voluto credere che quei tre fossero davvero defunti e resuscitati, vampiri risaliti sulla superficie terrestre calpestabile direttamente  dagli inferi, tornati al mondo per qualche giorno soltanto, giusto il tempo di dare un’occhiataccia all’umanità zozza, viaggiante e lazzarona, di gustare una pizza bassa e croccante alla romana e un mitico carciofio alla giudìa, continuando a sentirsi incrollabili e  insuperati interpreti del buon tempo diabolicus e ugro-finnico che fu.

mercoledì 22 febbraio 2017

non basta la malizia




Valter era un tipo d’uomo fuori passo rispetto al suo tempo, ma aveva trasformato anche questa caratteristica in una forma di vanità, una delle tante per lui. 
Si dichiarava intellettuale a tempo pieno e andava pescando nella letteratura la vita che evitava accuratamente di vivere. 
Misurava approcci e relazioni con parsimonia paperonica, fatta eccezione per i casi in cui, incrociando una femmina di suo gradimento, i fisologici bollori prendevano il sopravvento.
Figlio di retaggi maschili degni del sud più ancestrale, occultati e disconosciuti dalla sua coscienza inamidata e progressista, procedeva così,  accorto e parsimonioso, anche dopo aver abbondantemente superato la fase  anagrafica della ragazzitudine.
Eppure, nonostante la sua costante prudenza sentimentale, gli era capitato di inciampare lo stesso, con suo grande scorno, in relazioni spinose, vuoi perché si metteva lui stesso le spine sulla camicia ogni mattina, vuoi perché non smetteva mai di giudicare con la sicumera di un pozzo di sapienza. Voleva essere l'uomo del "non deve chiedere mai"; voleva prendere senza spendere o spendendo il minimo indispensabile, riuscendo anche- così si illudeva- a non darlo troppo a vedere.
Dotato di non comune intelligenza, impiegava tutte le sue risorse intellettuali a fini di accumulo strettamente personale, senza tenere in alcuna considerazione le esigenze altrui, ma, anzi, mantenendosi strettamente analfabeta in tema di affettività.  In qualche modo era un archetipo di un certo maschio della tradizione letteraria più stagionata della sua terra, anche se non l’avrebbe mai ammesso: una creatura uscita dalla fantasia di Brancati. Sì, la letteratura si era già occupata di tipi come lui e anche il cinema aveva fatto la sua parte, ma erano storie che si si fermavano agli anni ‘50 e ‘60 del novecento, abbastanza prima cioè che Valter nascesse.
Così, con il suo prototipo fuori tempo, anziano fin da ragazzo, si autoproclamava originale e alieno da tutti gli  stereotipi, mostrando, a riprova, un accentuato disincanto. E proprio questo disincanto era, nella sua architettura mentis, la prova provata della sua esperienza esistenziale, attinta fondamentalmente  sui libri, ma tanto lunga e tanto ricca da fare invidia ad un novantenne...così diceva.
Ovvio che uno così avesse la fissa e la smania di guadagnare consensi, al punto che, ogni qualvolta annusava una patina di perplessità critica nel suo interlocutore o, ancor di più,  nella sua interlocutrice, lo vedevi trasformarsi, farsi morbido e seduttivo.
Per Lucia, Valter fu una parentesi breve e, a momenti, anche divertente, ma non solo sotto il profilo più sensuale. A lei, che di tipi come Valter ne aveva già conosciuti, piaceva tenerlo in sospeso, fargli serpeggiare il dubbio su quanto la sua vera natura affiorasse, suo malgrado. 
Perché Valter era abituato a gestire la verità a seconda della comodità personale e riteneva d'essere un maestro in questo campo: poteva raccontare una cosa e il suo contrario e sostenere che entrambe fossero perfettamente autobiografiche. Certo, faceva una fatica immane il nostro, ma non se ne rendeva conto: l'estetica della menzogna lo teneva occupato, lo pervadeva come una dipendenza tossica.
Lucia, facendo finta di nulla, senza mai alzare la voce o recriminare per un solo secondo, scelse di lasciarlo fare, instillandogli una goccia al giorno di velenosa incertezza su quanto lei abboccasse alle sue storie e lui ci cascò: accecato dalla sua tonnellata di autostima, non immaginò mai che una donna potesse tenere il conto delle sue tante verità pseudo-letterarie, metterle in fila e cavarne fuori un profilo di spessore umano vicino allo zero. 
Lei, Lucia, ne fu capace, ma non gli disse mai  d'aver capito, semplicemente sospese le trasmissioni: in una parola lo molló senza cercare scuse o dare spiegazioni, lasciandolo alle sue inquiete certezze.