martedì 13 novembre 2018

c'è tempo


C'è un tempo per dire e uno per dissentire.
C'è un tempo per ripensare alle proprie convinzioni e uno per costruirsene di migliori.
C'è un tempo per dire la verità anche quando è nera, perché è giusto o perché è rimasta l'unica cosa da dire.
C'è un tempo in cui quella verità viene ribattezzata menzogna, perché è insopportabile per chi ne porta il peso e magari anche la colpa.
C'è un tempo, quello sì che c'è sempre, in cui accontentarsi di quel che si è visto con i propri occhi e sentito con le proprie orecchie, senza cercare di convincere più nessuno, né i bugiardi in perenne malafede, né i bugiardi per vanità, né, tantomeno, i miscredenti di professione.
E' questo il tempo di camminare, di incontrare chi vive senza alcuna malafede e/o senso di vendetta universale.
Questo tempo, questo sì,  è davvero il tempo della pace del cuore. 

domenica 11 novembre 2018

res est solliciti plena timoris amor (Ovidio) /ultimo


Irene, vedendo la faccia amara di Davide, cercò di rimediare pure là dove non poteva o non sapeva come. Tentò la via delle spiegazioni consolatorie, facendo appello a tutte le sue risorse dialettiche, coniando fantasiose ragioni che dessero una lettura benevola ed accettabile dell'episodio. Prese pure spunto da un pensiero che aveva da tempo, nato da certi particolari che Davide le aveva raccontato:  
" e se avesse tentato di allontanarti perché è spaventata dalla differenza d'età? prova a metterti nei suoi panni, prova a pensare all'ostilità dei tuoi, che di certo non le sarà sfuggita...".
Niente da fare, Davide, sputato il fattaccio, pareva già risollevato, quasi disinteressato a quel che un momento prima aveva raccontato con un'espressione carica di amarezza e risentimento.
Si alzò, preparò un tè e, mentre lo bevevano, riprese a fare i suoi discorsi da gatto in cerca di compagnia. Si stiracchiava sulla poltrona e parlava di come doveva essere bello abbracciarsi di prima mattina nel letto, di come desiderava quell’intimità.
Irene lo prese di nuovo benevolmente in giro, cercando di smontargli quell’aria buffa da micio sognante, dicendogli che secondo lei aveva solo desiderio di scopare più spesso e che, in fin dei conti, avendo la casa a disposizione, poteva fare come desiderava, in attesa di capire quanto quel desiderio fosse davvero maturato in lui in modo durevole:
"Guarda, non vorrei che per sedare questo languore tu finisca per appiccicarti  alla prima possibile moglie che ti si presenta: ti scocceresti prima di subito, hai ventitrè anni, non è troppo presto?
Irene glielo disse affettuosamente, ridendo lieve: erano troppo amici loro due per farsi problemi con discorsi di quesl tipo.
Ma Davide:
Ho pensato più volte a questa cosa, dopo che me l'hai detta, e può darsi tu abbia ragione, ma a me adesso andrebbe di vivere così, non m’importa se è troppo presto, se sono troppo giovane, mi va e basta”.
Si stirò ancora una volta, si rimise seduto dritto sulla poltrona e la guardò. Aveva un’espressione piena di tenerezza sì, ma anche una luce nuova, netta e insinuante negli occhi e, lentamente, quasi soffiando le parole verso il soffitto, se ne uscì così:
Immagina che bello, liberi in casa propria, in un momento qualunque, un momento come questo, per esempio, si potrebbe fare l'amore su quella poltrona dove sei seduta tu adesso…e verrebbe benissimo…no?...”
Irene ebbe un impercettibile sobbalzo interno. Con uno sforzo terribile cercò di non distogliere lo sguardo da Davide e, sorridendo con infantile malizia e con tutta la serenità che riuscì a racimolare, rispose:
qui, su questa poltrona? dici che sarebbe adatta? non ha i braccioli troppo alti ed ingombranti?
Che incredibile gaffe pensò un secondo dopo! Capì d'aver toppato in pieno e non sapeva più come gestire il discorso. Era stato uno scivolone senza senso, capì d'aver reso il terreno ancor più confidenziale e pericoloso, ma con l'aria idiota di chi parla di modifiche all'arredamento.

Si sentì la più scema del mondo: aveva sbagliato e non sapeva né come cavarsi fuori, né che direzione dare al'imbarazzante situazione; tuttavia, allo stesso tempo, cominciò a chiedersi se veramente volesse  cavarsi fuori, la verità è che non aveva mai pensato di piacergli. Non le veniva in mente nulla, sperava solo che lui risolvesse la situazione e spazzasse via l'imbarazzo con una botta forte di sincerità, un gesto, anche.
Non accadde nulla e il discorso morì lì, tra sorrisi stralunati.
Passò qualche settimana da quello strambo pomeriggio e Irene chiamò Davide per rivederlo, voleva rimediare, come non sapeva, a quello strappo imbarazzante. Per un attimo aveva pensato anche di dirgli che sì, che loro due avevano davvero la possibilità di tentare e forse di riuscire, anche se erano così giovani, sebbene la cosa la spaventasse moltissimo.
Al telefono, Davide le disse che era molto impegnato, aveva ripreso a studiare di lena, desiderava laurearsi e riguadagnare il tempo perduto in fughe da casa e donne tormentose, le disse quasi solo questo e non accennò all'intenzione di richiamarla. 
Irene provò un paio di volte ancora. Gli propose di fare due passi insieme, provò a chiedergli come gli andavano le cose. Davide fu asciutto, parsimonioso di sé e rimandò tutto all'impegno per laurearsi presto.
Irene capì che occorreva aspettare, lasciar correre, forse più in là...forse...
Ma Davide non la cercò mai più e una volta, ad un incrocio, la vide e si infilò in un portone per non incontrarla .
Irene si convinse definitivamente che ormai era tardi, in tutti i sensi e che il coraggio, se uno non ce l'ha al momento opportuno, non se lo può dare dopo.
Anni dopo, riconsiderando quei fatti, Irene pensò anche che l'orgoglio è una bruttissima bestia e può anche uccidere. Fu lì, a quel punto, che so convinse: era giusto e fondato ripartire le responsabilità in parti uguali.