venerdì 21 settembre 2018

figli senza domani


Sindrome del figlio unico, così la chiamavano una volta, quando i figli unici rappresentavano un'eccezione.
Da sempre, anche quando i figli unici erano una minoranza, è stato discretamente semplice individuare gli affetti dalla sindrome, affetti, lo sottolineo, anche a prescindere dalla presenza di fratelli e sorelle. La sindrome colpiva/sce quasi sempre i maschi, figli di madri "eccellentemente chiocce", orgogliose oltre i limiti della sanità mentale  della "loro produzione", soprattutto quando si tratta di produzione di genere maschile.
Una volta usciti al mondo extra-familiare, i figli di queste madri superlative si trovano quasi sempre a litigare con l'universo tutto, reclamando con arroganza un trono per la loro supremazia "morale" ed "intellettuale", supremazia che il mondo tutto deve riconoscergli, nella stessa modo&misura con cui l'ha fatto la famiglia di provenienza.
Spesso, questi unici-anche-se-non-unici  sono dei gran rompicoglioni, tanto per dirla svelta e franca, gente che pretende, come se fosse la cosa più naturale del mondo, un trattamento di favore, il riconoscimento e la gloria per meriti divini, persino preesistenti alla loro comparsa nel mondo.
Il fenomeno era ed è ancora, sia pure meno di prima, il frutto di certa mentalità italiana vecchio stampo. Ancora oggi la riconosci nei discorsi di alcuni  "maschi eccezionali" nostrani, che si definiscono perfetti sotto ogni profilo, compreso quello relazionale e  del rispetto della parità dei generi...gente che fa e disfa la realtà a proprio piacimento, creando verità sofisticate, auto-proclamandosi giudice di ogni cosa, depositario di verità senza se e senza ma e via discorrendo...e guai a non credergli! 
Questa fenomenologia, che colpisce quasi sempre i figli maschi, è il frutto di un'eredità, (fatico a definirla culturale), che sopravvive al tempo e ai tempi e che trova soprattutto in certe parti del sud le sue espressioni più marcate (lo dico da meridionale, che conosce bene certi modelli educativi e relazionali).
Io stessa ho avuto la sventura di incappare giovanissima, per ingenuità ed inesperienza, in uno di questi esemplari, un figlio amatissimo di mater dulcissima; ci misi del tempo ad affrancarmi, ma quell'esperienza mi è servita per il resto della vita.
Ogni volta che ricordo quel periodo mi sorprendo di me stessa, della mia dabbenaggine imperdonabile, e ripenso a come ogni mio tentativo di affrancamento, anche piccolo, riusciva a suscitare subito l'atteggiamento addolorato del maschio sminuito: era l'onore ferito del Principe...ma poi: principe de ché? Come avrebbe potuto essere altrimenti per uno con una madre come la sua, tanto stupida quanto scolasticamente istruita, che covava per quel figlio un amore ai limiti della follia? Stupida e miope com'era, la Chioccia si era immaginata di riuscire ad allevare me nel suo stesso culto del Dio Sole; si era convinta che, opportunamente guidata, sarei passata sopra a tutto, pur di tenermi stretta cotanta bellezza e grandezza, e che avrei potuto un giorno, forse, ereditare da lei le chiavi del castello fatato: il cuore del Maschio di casa. Povera donna, quando s'accorse che le stava sfuggendo la preda non si rassegnò e tentò ad intervalli regolari di riavvicinarmi al suo Dio: stalkeraggio (così si direbbe oggi) per interposta persona!.
E' una storia penosa, lo so, una trappola in cui cascai come una cretina, una storia penosa ma poi non così rara...
Un'esperienza, questa mia, che mi ha portato a riflettere molto criticamente sulle dinamiche familiari più tradizionali, rifiutandole in blocco. A volte, penso che se certe madri sapessero a quale destino di solitudine profonda preparano i figli soffocandoli con il loro amore deviato, privo di contatto con la realtà, forse smetterebbero di essere così cieche ed egoiste: far crescere la libertà di un figlio, donargli gli strumenti per stare al mondo insieme agli altri e fra gli altri si può fare, senza che le madri si suicidino al momento del distacco.
Ho parlato di maschi, sì, perché la nostra è una cultura ancora troppo patriarcale, che continua a nutrire sacche di indecente discriminazione tra i sessi, ma il discorso può valere anche per le figlie, anche se più raramente.


mercoledì 19 settembre 2018

bazzecolando parole

Ho riscritto, e ora qui lo pubblico, il sonetto senza senso con cui ho partecipato al torneo organizzato da Guido sul suo blog. Giusto così, per divertimento.



Il cerbone voleva esser cerbiatto
Ammansire le predole del piano
Metter tracchi freschi nel soppiatto
Consumare le sfregole nell’anio.

Il cerbone faceva lo sgarrone
E masticando digeriva coazioni
Convincendosi d’essere un Pievone
Batteva messa  e maladizione

Dove s’imbratterà più di mentucola
Vanifacendo l’oro del prantogramo?
Dove struscerà più la svisia bracola?

Il cerbone voleva esser cerbiatto
Ma sperperò il suo senno diavolico
Precipitando nell'angiofora di scatto.


p.s.:giù, fra i commenti, potrete leggere una mirabolante versione "iacoponica" del sonetto