lunedì 13 agosto 2018

viaggiare tra le pagine

Se voleste intraprendere un viaggio attraverso un libro, salendo per di più su di una sorta di macchina del tempo, leggete "Anime baltiche" di Jan Brokken, un libro uscito nel 2014 per l'editrice Iperborea.

Prima di raccontare qualcosa sul contenuto di questo libro, voglio soffermarmi sulla copertina: sì, proprio sulla copertina, perché l'immagine che vi è riportata, una donna affacciata al balcone che sembra rincorrere con lo sguardo e, forse, anche con la voce, "qualcuno" che le sta per sfuggire irrimediabilmente, mi ha colpito subito. 
La donna della copertina, protesa con l'intero busto fuori, sembra avere l'atteggiamento, così a me appare, di chi rincorre una persona per l'ultima volta possibile. La persona in questione potrebbe essere il ragazzo che si vede correre per la via, ma anche qualcuno che è ormai perso per sempre alla vista della donna...beh, io preferisco la seconda ipotesi, mi appare anche più in tema con il contenuto del libro, che descrive luoghi e persone di un mondo scomparso, inghiottito dalla Storia del '900.

Per definire con una formula semplice lo spirito del libro Anime baltiche, sento di dover scrivere: è un libro di viaggio letterario, ma anche storico e geografico, attraverso il pianeta disperso- perso alla vista- di  Lettonia, Lituania ed Estonia nell'Europa del '900.
Leggere Anime baltiche significa scoprire, anzi riscoprire, le origini di una parte determinante della cultura europea, espressa da personalità come  Mark Rothko, Hannah Arendt, Romain Gary e via discorrendo, tutti di origini baltiche.
Sia pure in modo e misura diversi, per ognuno di questi personaggi citati l'origine/l'anima "baltica" ha costituito la traccia fondante delle loro vite  e segnato il loro percorso culturale e artistico.
L'autore,  Jan Brokken,  attraversa Lettonia, Lituania ed Estonia (dedicandosi nel corso della narrazione anche alla descrizione di quel che rimane, architettonicamente parlando, del mondo baltico novecentesco) e ricostruisce una per una le esistenze di personalità che hanno rappresentato moltissimo nel panorama intellettuale del '900; si tratta di personalità caratterizzate da un'impronta culturale precisa, collegata ai luoghi e alle città del Baltico, un' isola geografica tutt'altro che di secondo piano nel panorama artistico del secolo scorso.
Le repubbliche baltiche sono state terre da sempre contese, nelle quali la cultura ha faticato a conservare le sue tracce originali e, in alcuni periodi, ha faticato persino a mantenere la lingua per esprimerle (vedi il caso di Romain Gary, vissuto a Vilnius sotto il dominio polacco, che aveva imposto alla popolazione anche l'uso della lingua polacca).
I protagonisti del libro di Brokken, ad un certo punto della vita, per necessità e/o per scelta, si trovarono obbligati a ricostruirsi l'esistenza in altri paesi, diversi da quello di origine, ma, nonostante ciò, l'impronta culturale baltica sopravvisse in loro per sempre. Quest'impronta è particolarmente evidente nella storia di Romain Gary, baltico ed ebreo, con tutto ciò che questo può significare: infatti, nella città di Vilnius, città natale di Gary, era presente una comunità ebraica molto rilevante, sterminata e/o  avviata alla diaspora dal nazismo e non solo.  
Una segnalazione speciale la voglio dedicare al capitolo su Alexandra Wolff Stomersee, detta Licy, figlia della cantante lirica italiana Alice Barbi e del barone lettone Boris  Wolff Stomersee, che diventerà la prima psicoanalista italiana.
Licy
Licy diverrà moglie di Tomasi da Lampedusa, con il quale, ad un certo punto, tornerà a vivere a Palermo, con tutte le prevedibili difficoltà del caso: Licy, infatti, è marchiata da un precedente matrimonio, conclusosi con un divorzio, oltre che da un forte carattere e da un'imperdonabile franchezza, qualità che le renderanno difficilissima la convivenza con la Madre-Padrona di Tomasi di Lampedusa, nonché la frequentazione della nobiltà palermitana. Licy se ne tornerà al nord, poiché suo marito non troverà mai né la forza né il coraggio di lasciare la Madre-Padrona. Una storia, questa, forse scontata  nella sua evoluzione, tenendo conto della differenza di mentalità dei due mondi venuti a contatto, ma che, tuttavia, vedrà incredibilmente resistere il matrimonio, anche  a dispetto della lontananza.
Quello di Jan Brokken è un grande viaggio, reso con documentata lucidità e, insieme, con quella particolare capacità narrativa che sa rendere un libro a tema storico come questo, (a tratti quasi un saggio), una vera e propria cronaca/romanzo di esistenze speciali, incappate drammaticamente nelle maglie della Storia.
Non è roba da poco questo saper raccontare gli eventi della Storia attraverso personalità speciali, spesso poeticamente esaltate e tra loro così diverse. Nel libro di Brokken, personalità realmente esistite diventano personaggi all'interno di un romanzo lungo almeno metà secolo: quel '900 che, pur con i suoi passaggi durissimi e laceranti, ha saputo esprimere intellettualità altissime.
Scrive Jan Brokken: 
viaggiare, insieme a leggere e ascoltare, è la via più breve per arrivare a se stessi”.
Aggiungo io: soprattutto se lo si fa senza dimenticare la Storia, perché la Storia ci appartiene, sempre e comunque.
Infine, in chiusura di questo post ferragostano, sento la necessità di dire che in questo libro ho ritrovato e respirato, (ed è un sentimento/riflessione strettamente personale), il tema dell'Heimat, una parola/concetto difficile da rendere in italiano, ma che io, immodestamente, amo tradurre così:
"la Patria del cuore"

p.s.: mi è sembrato naturale e doveroso chiudere con Arvo Pärt, compositore estone...
Buone vacanze

lunedì 6 agosto 2018

torneranno i tulipani



"E' lo stupore che ci fa conoscere, le idee invece creano idoli"

 Gregorio di Nissa

La frase riportata qui sopra esprime e descrive in termini di religiosità la disposizione allo/di stupore dell'animo rispetto al sacro, ma può essere estesa anche in tanti altri ambiti. Di certo, lo stupore è sempre  un atteggiamento positivo,  profondamente ispirato dal desiderio di conoscenza, perché la capacità di stupirsi ricorda molto  da vicino l'atteggiamento  amoroso: un perdersi, un perdere i propri confini, ripartendo dalla meraviglia, dallo stupore appunto, come se si tornasse al principio di tutto.
Lo stupore ci permette di incontrare la forma, il pensiero e l'emozione di un altro come  se fosse la nostra, è uno sciogliersi per comprendere e ricomprendere, senza dimenticarsi di sé stessi.
Ho scelto di utilizzare questa frase di Gregorio di Nissa all'inizio di una storia, ispirata da un racconto pubblicato sul blog "ore a rovescio": tulipani e panettoni    

...E fu proprio lo stupore a  portare  Giacomo a misurarsi con Laura come se quello fosse il suo momento d'inizio della conoscenza del mondo altro da sé.  
Soprattutto per questo, Laura, così diversa da lui, senza un evidente peso del passato portato indosso, senza valigie da svuotare e senza rimpianti ricorrenti, fu subito agli occhi di Giacomo attraente: sembrava impastata di solido presente.  
Giacomo, al contrario,  era uno che si era sentito sempre gravato dal passato e non solo dal suo, uno che pensava di non poter trovare nessun posto veramente nuovo e nessuna vita veramente sua fin dall'inizio.
"hai troppe radici"- gli aveva detto un amico, il suo migliore, e gliel'aveva detto con una vena di ironia mista a compassione: l'amico  era stato sincero come solo un amico disinteressato  sa essere- "avresti bisogno di andartene, di cercare altrove una vita che sia solo tua, solo dopo potrai riconciliarti con le tue radici, se ne avrai ancora voglia"
Ecco, Laura era una così, apparentemente senza radici, ma solida, tanto solida da riuscire a far convivere la sua naturale brillantezza con una punta costante di  nostalgia, un retrogusto lieve ma preciso negli occhi: nostalgia di cosa non era dato sapere.
Giacomo incontrò Laura  in una serra, dove era andato ad ordinare alcune piante per il micro-giardino della sua nuova casa: finalmente una casa sua, lontana dalle sue  precedenti esistenze. Laura gli aveva proposto una coloratissima serie di tulipani,in particolare alcuni, i più belli, screziati in punta di corolla: subito lo aveva avvisato "ci vorrà tempo e pazienza per vederli fiorire come si deve".
Strano, pensò Giacomo, sembrava che la fioraia sapesse qualcosa della sua  ansia di avere  presto un giardino  "come si deve",  una barriera fragile di foglie e rami e, insieme, un ponte da attraversare con leggerezza per andare  verso la nuova città.  
"A me piacciono molto i tulipani"- aveva aggiunto Laura- "mi piace vederli venire su, salire dalla terra pieni di colore, portando così sfrontatamente il loro casco colorato sul gambo troppo magro,  facendosi forza sulle foglie come fossero ali...i tulipani sono fiori coraggiosi", aveva concluso ridendo..
"Così dovrò essere io- pensò Giacomo- coraggioso come un tulipano, magari anche ridicolo sul mio stelo troppo magro: dovrò camminare nel mondo con la mia corolla vivace che s'apre al cielo"  
Poi, rivolto a Laura, aveva aggiunto "...e quando non sarà più stagione di tulipani verrò  a comprare altre piante, mi lascerò consigliare da lei".
E Laura "...no, sarà meglio attendere: i tulipani tornano,tornano sempre".
Laura pronunciò la frase con  un senso di affettuosa comprensione, non saprei dire se verso Giacomo o verso i fiori e il loro ciclo vitale". 
A Giacomo la frase sul ritorno dei tulipani parve piena di tutto il senso che in quel momento gli serviva. Intuì il senso della pazienza e dell'attesa, la necessità di dover usare entrambe assieme al coraggio per ricominciare, ché tanto i  tulipani sarebbero tornati, perché "i tulipani sono fiori coraggiosi".