venerdì 12 luglio 2019

lo sguardo di Chaplin

Chaplin da giovane 
Nella foto sei un bellissimo uomo di ventisette anni. Uomo, come ai tuoi tempi si era uomini, già a ventisette anni o anche prima.
Guardi dalla foto con un impeccabile Borsalino, elegante come nessuno ti aveva mai insegnato ad essere e appari  conscio della tua bellezza, senz’aggressività però: gli occhi grandi e distesi  di velluto nero arabo.
Ma la cosa che mi sorprende di più nella tua bellezza fuori dall’ordinario (una bellezza cinematografica si sarebbe detto allora e forse ancora oggi, così ben riprodotta dal fotografo) è la traccia di insicura e fragile timidezza che ti riposa nel fondo dello sguardo da seduttore, nella piega composta delle labbra.
Le tue pupille scurissime trafiggono il bianco e nero della foto, vivacissime eppure timide, dense di una vitalità che appare priva di toni medi, senza altra cosa a darle limite e contegno che la timidezza stessa. C’è nei tuoi occhi un istinto che preme e chiede con convinzione maschile, sensuale, una vitalità che, come un adolescente fuori controllo, affiora dalla profondità del tuo guardare.
Tante volte, fissandoti mentre ventisettenne ti fai fotografare, ho avvertito un moto di tenerezza e di malinconia, come se vedessi Chaplin giovane, stessi baffi nerissimi, solo meno corti, e stessa profondità nelle pupille, carica di guizzi, annegati in un mare di indistinta nostalgia. Ecco chi mi ricordi in quella foto: Chaplin, anche se tu sei molto più bello e so di non esagerare nel dirlo.
Nello splendore della giovinezza sei elegante e inspiegabilmente malinconico, anche se lo scuro delle tue pupille è illuminato da un desiderio esigente, come una fame di vivere oltre l’ordinario ed il quotidiano che avevi.
Osservandoti mentre guardi l’obiettivo, assorto e distante in questa tua buffa commistione di fascino e seduzione, di fragilità e timidezza, di desiderio imperioso e di compostezza elegante, ti comprendo un po’ di più del poco che ho potuto mentre c’eri: provo a pensarti con i tuoi pensieri di giovane uomo e con l’intuizione forse riesco ad immaginare l’idea e l’immagine di te che fece breccia nel cuore di mia madre.
Sai, l'ho pensato tante volte: i genitori bisognerebbe trovare il modo di incontrarli "da qualche parte" mentre erano ancora giovani, ragazzi.
Tutto sarebbe più facile, li comprenderemmo meglio. 
Che poi, comprendere è praticamente lo stesso di  amare.

martedì 2 luglio 2019

destini ribaltati


C'è una scena di "ladri di biciclette" che mi è rimasta sempre dentro, più di altre: è quella in cui il protagonista si siede al tavolo di una trattoria con il figlio bambino.  È una scena che ti buca il cuore, una delle tante in quel film.
I due hanno già ordinato, hanno già il piatto davanti, il bambino ha appena iniziato a godersi la sua mozzarella in carrozza, quando il padre lo coinvolge in calcoli improvvisati sulla carta che ricopre il tavolo. E' evidente che il bambino vorrebbe continuare a mangiare, a divertirsi anche, facendo filare la mozzarella, ma c'è il padre a distrarlo con la sua disperata irrequietezza. 
Il bambino non si ribella alla richiesta del padre, anzi vi si sottomette senza fiatare, impegnandosi nei calcoli con lo spirito di un soldatino: la povertà dei due, la devozione senza sconti verso il padre, di cui il bimbo intuisce le difficoltà, lo sproporzionato senso di responsabilità da cui il piccolo si sente investito, disegnano una situazione nella quale tutti gli equilibri affettivi e relazionali sono rovesciati e i rispettivi destini di ruolo sono ribaltati. Il bambino si mette sull'attenti, quasi come se dipendesse da lui il destino della famiglia e la speranza di guadagno che garantirà pane e sopravvivenza.
Questo sovvertimento del rapporto  adulto-bambino, che in quella scena è, a mio parere, quanto mai drammatica e penosa, apre un buco nel cuore nello spettatore.
C'è in questo frammento di film (e in tutto il film) l'evidenza crudele della povertà, un mostro capace di consumare l'infanzia, di stravolgerla e rinnegarla. 
La colpa di questo crudele rovesciamento dei ruoli non è da addebitare ad un padre cattivo ma, piuttosto, ad una condizione in cui è il bisogno a dominare ed esaurire ogni spazio vitale ed affettivo: è la dittatura della povertà, che distrugge anche il tempo dei bambini, negando loro il tempo necessario per stare dentro l'infanzia.
La capacità di far entrare in un film, attraverso milioni di frammenti di sguardi, di gesti e di parole, una tematica così complessa e profonda, senza perderne per strada neanche una sfaccettatura, è il senso del suo essere un capolavoro.
Radiografare la crudeltà di una condizione con tanto pathos e capacità poetica, senza dimenticare mai per strada l'asprezza dell'esistenza dei protagonisti, è un miracolo di cui pochissimi sarebbero stati capaci.
De Sica è riuscito a toccare con mani delicatissime le vite dei protagonisti, vite di porcellana sottile, brutalmente scheggiate  da una condizione disumana.