lunedì 30 dicembre 2019

le mille declinazioni dell'infinito




L'infinito è un inno alla potenza dell'immaginazione e del sogno, gli unici elementi capaci di regalare spazi altri di libertà e la conoscenza dell'universo.
L'infinito è un'ode sentimentale alla filosofia, intesa come libertà ed illimitatezza della conoscenza, fede nell'onnipotenza di quel dio laico che si chiama pensiero.
Il simbolo matematico e la sua definizione concettuale valgono altrettanto universo, almeno quanto quello vagheggiato e amato da Leopardi.
Non credo esistano saperi contrapposti: naufragare è troppo dolce nel mare immenso dell'immaginario.

Buon anno. 


post scriptum:
a inizio post c'è il simbolo matematico dell'infinito,
poi una donna davanti al mare,
la sua figura ricorda  l'assai più famoso viandante, immaginato e dipinto da Friedich davanti al mare di nebbia:
"Der Wanderer über dem Nebelmeer"...
Due esempi di visionari, che guardano verso l'infinito, 
in ogni senso inteso, 
facendone strettamente parte, 
ma trascendendo loro stessi.







martedì 24 dicembre 2019

il Gastone inappagato

 (post del 2017 ripubblicato su richiesta) 
sottotitolo: monologo-divertissement a cavallo tra Petrolini e Gogol

Sono geniale, geneticamente geniale.
Il resto da me dell'intera umanità è solo misera e disprezzabile fauna da circo.
La solitudine mi si confà, è il marchio del genio, quello vero, necessariamente incompreso.
Ho passato anni a gettare ponti e ponticelli, reti di parole, abilmente ma inutilmente: mi piaceva catturare pesci e soprattutto pescioline, appagavano la fame del mio ego sofferente e sempre malnutrito.
Mio Dio, ma quanto mi sono illuso! immaginavo di trovare prima o poi un soddisfacimento alla mia vanità, il riconoscimento della mia grandezza, e di persona, e di seduttore. Ma i pesci passavano, le pescioline pure, entravano nella mia rete e la scoprivano piena di buchi...
I buchi, maledizione! dopo un po' pesci e pescioline uscivano dalla rete e mi sfottevano, dicendomi che soffro di ossessioni, sempre le stesse, finendo persino per bollarmi come noioso, ripetitivo, lunatico.
Poi vennero anche gli insulti, così  le mie complessità intellettuali, le mie costruzioni sintattiche eccelse, vennero bollate come vecchie e datate paranoie...gentaglia!
Ma io, signori miei, cercavo di strappare il velo alla realtà: quella realtà che solo io potevo identificare con filosofica certezza, con precisione storica e sintattica! Ma il mondo non l'ha capito e mi ha coperto con la merda del disprezzo e dell'oblio: mi sono sentito come un vecchio e disperato scienziato, le cui scoperte sono negate, vituperate, e poi riscritte con parole altrui. 
Fu così che gli altri, tutti gli altri abitanti del mio stesso pianeta, mi costrinsero, di fatto, a non poter avere alcuna relazione con loro: non sopportavano la mia superiorità intellettuale, il mio pensiero critico così tagliente, perché io vedevo e vedo tuttora quel che loro non sanno vedere e non vedranno mai, perché io, signori miei, sto sempre un passo fuori dalla Storia e dalle idee condivise, come solo ai geni tocca in sorte.
Deriso e vilipeso, ho girato infinite volte i tacchi con tutto l'orgoglio ferito possibile, perché voi non sapete chi sono io e da quale nobile storia discendo: perché io sì che nacqui immenso.
Volevo l'applauso del mondo, essere riconosciuto per la mia grandezza di pensiero, per la qualità inarrivabile della mia sintassi, invece mi odiarono quando si resero conto di quanto fossi irripetibilmente geniale e mi coprirono di insulti.
Posso essere mai io quello sbagliato, l'inadatto, indigeribile per i suoi simili?!? 
No, signori miei, è il mondo ad essere scelleratamente sbagliato. 
Ora ho deciso di calarmi in un grande e nobile silenzio, anche se vorrei  urlare di rabbia per il male gratuito che il mondo intero mi ha riservato, un vero e proprio massacro della mia elegante anima.
Ho deciso di rimanere solo nella mia solitudine antica e preziosa: qui lo affermo, anche se tra una settimana, forse due, salterò nuovamente sulla giostra per chiarire al mondo intero cos'è la Bellezza, la Profondità, la Poesia, la Sintassi, (quest'ultima, lo avrete capito, è la mia principale ossessione).
Lo ammetto senza vergogna: covo dentro di me una sete di vendetta, un desiderio di sangue, che sembrano risalire dalle profondità delle mie viscere, eppure le mie viscere mi fanno schifo e i miei nemici mi danno la nausea.
Il mio contatto con il resto del mondo è fallito prima ancora di cominciare, sì! la mia è la sofferenza di un cane rabbioso, ridotto a nutrirsi delle carcasse avanzate dal pasto degli altri animali, un cane che schiuma di rabbia e abbaia a tutte le lune dalla profondità della sua caverna, 
Sono stato giudicato collerico e supponente, ma in realtà ero solo abilmente selettivo: da questo talento discende il mio isolamento rispetto ad un mondo che vuol solo essere blandito e non giudicato, men che mai da un giudice della mia levatura. 
I nemici mi hanno sommerso con una pletora di oscenità letterarie e mentali, specchio e sintassi delle loro anime insulse. Inutile aggiungere, signori miei, che io me lo aspettavo, lo sapevo da sempre, perché ero appena quindicenne quando mi sono scoperto inarrivabile e ho assaporato il boccone amaro dell'invidia del mondo.
Ma ora basta, fosse pure questo il trecentesimo basta che indirizzo a voi, marmaglia destinata a sguazzare nella sua stessa merda.
Me ne vado, lo dico per la secentesima volta, perché provo repulsione verso le vostre parole, cariche di oscenità di senso e di sintassi, (ancora lei, la mia adorata sintassi), e vi lascio ai vostri sodali, alle vostre dispute indecenti, ai vostri sgherri da quattro soldi.
So bene perché non mi sopportate: la mia intuizione intellettuale e concettuale è tragicamente fulminante, supera la barriera della Storia e della Sintassi, bruciacchia e forse può persino uccidere chiunque mi si avvicini per dialogare...e poi io ho la nausea del dialogo ed ho la nausea dell'umanità tutta, attendo solo il mio momento, appollaiato lì, sull'ultima delle mie folli lune. 
Citando un grande come me, Gogol, vorrei mettere oggi, tra solenni suoni di trombe, la parola fine, firmando il mio commiato da quest'ultima pagina del diario di un pazzo,
Gastone
p.s.: desidero che la mia colonna sonora sia la marcia trionfale dell'Aida