mercoledì 18 settembre 2019

Mimì: ovvero l'arte di non farsi sedurre

POST GIÀ PUBBLICATO NEL 2017
dedicato a Vincenzo Iacoponi, che manca da tempo dal suo blog, tratto da una sua idea-racconto.

Nella Roma degli anni sessanta c’era via Veneto e c'era la dolce vita, (ma questo lo sapevano e lo sappiamo tutti), e poi c’erano i quartieri più o meno di periferia che componevano un caleidoscopio infinito di microcosmi della e nella città.
Erano tanti microcosmi, appunto, ognuno con le sue peculiarità e le sue comunità composite: lì potevi trovare la maggioranza ricca, là la maggioranza povera, ancora più in là le non maggioranze, vale a dire le realtà costruite attorno alla mescolanza pressoché completa  di ceti sociali diversi e distanti, che si ritrovavano insieme a vivere la vita del quartiere, ch’era come dire la vita del paese.
Sì, perché Roma allora era così: era la città dei cento paesi.
Vincenzo, ragazzo di quegli anni, nuotava nel puzzle mobile di quella sua  strana ed irripetibile città, spesso  troppo provinciale per essere vera capitale, ma, altrettanto spesso, guscio fatato di risorse umane e culturali, capaci di guardare oltre oceano, specchio di un Paese e di una gioventù intellettuale assolutamente pronta a lasciare la sua impronta formativa nei decenni a venire.
E nei cento paesi di Roma potevi trovare di tutto: le baracche abitate dall’umanità selvatica e innocente narrata da Pasolini e, appena un chilometro più in là, il bar o la boutique che fungeva da spazio-riserva, ritrovo di un mondo dorato, sparso a briciole nelle periferie ancora verdissime e ancora inviolate, così diverse dalle periferie brutali dell'oggi.
C’erano  appunto allora, nella Roma-città dei cento paesi, diverse zone costituite da baracche ad alta concentrazione di meridionali, disperati di fame e lavoro, e di rappresentanti  di un sottoproletariato urbano che si sarebbe estinto di là a poco, cambiando faccia, nome e storia.
In uno di questi cento paesi, in un punto non troppo distante da una baraccopoli denominata “il fosso di Sant’Agnese” e corrispondente all’odierna Pietralata, stava un bar ch’era un’isola o, come dico io, una riserva per animali di lusso. Lì si incontravano, a consumare il tanto tempo libero delle loro esistenze agiate, donne di varie età, tutte assai ben sistemate, secondo la definizione dei tempi, grazie a matrimoni decisamente convenienti o a professioni speciali, come la modella, o, ancora, grazie ad entrambe le cose.
Tra queste signore ne spiccava una su tutte per classe e bellezza straordinarie, qualità entrambe sopravvissute alle intemperie dell’età e delle esperienze, anche perché appoggiate e nutrite da uno spirito vivace, che le permetteva di mantenersi viva nella riserva di lusso senza divenirne mai del tutto prigioniera e/o affiliata. Mimì si faceva chiamare la regina, unendo in quel nomignolo un’eco Pucciniana, un che di parigino e un pizzico nostrano di campagna, senza che nessuna di queste ispirazioni entrasse in conflitto con le altre.
Mimì, con i suoi occhi azzurri colorati di consapevole ironia, sapeva parlare e sparlare del suo mondo con il distacco della raggiunta saggezza, qualità non comune, allora come ora.  
Il Vincenzo di allora fu fortemente preso dal fascino di una donna così, capace di dominare con l’intelligenza persino il mondo d’oro luccicante e falso che le stava d’intorno e  capace, altresì, di vedere la realtà del suo ambiente di appartenenza e quel che stava dietro l’ostentazione di certa morale da pidocchi meglio di un radiologo, Mimì pareva il mito in carne ed ossa della donna che usa il suo potere di seduzione senza rimanerne mai sedotta e/o dipendente.
A Vincenzo l’idea di fare l’amore con Mimì doveva sembrare la più luccicante delle chimere: insieme a lei, così pensava, si sarebbe portato via un po' di quell'esperienza e del fascino del saper  vivere senza "farsi vivere".
Erano diventati amici,Vincenzo e Mimì, una formula che lui sperava fosse  solo il passi per un percorso più intimo, mentre a  lei, a Mimì, non interessava altro che di godere di una compagnia giovane e attenta, evitando di metter su altre complicazioni o di incappare in chiacchiere malevole per una passione tardiva.
Così, una sera, leggendo un evidente disappunto negli occhi del ragazzo, Mimì, diretta e ironica come solo lei sapeva essere, se ne uscì :
"Ma perché te la pigli? Perché non puoi portarti a letto una vecchia?"
Mimì sapeva di dire una verità piccola piccola, ché quella grande era ben altra e più complessa, alimentata dall'ammirazione per la sua capacità di leggere le lastre della vita meglio di un radiologo.
Perché, di fatto, a quel punto della sua esistenza, Mimì aveva già deciso, e per il suo presente, e per il suo futuro: non avrebbe mai più ceduto neanche un grammo della sua esperienza e del suo fascino di seduttrice che non si fa sedurre.

giovedì 12 settembre 2019

attesa in sosta

Scrivo sempre meno qui, faccio lunghe pause e sono sempre più selettiva sugli argomenti.
So che non ho alcuna voglia e/o intenzione di imbarcarmi in temi che possono traformarsi, ben al là delle mie intenzioni, in allettanti ossi per certi cani da rissa: non ho e non voglio avere tempo per costoro.
Così mi trovo a tenere da parte diversi post pronti, senza trovare la voglia di pubblicarli.
Certo, poi ci sono le storie che stanno lì, in attesa d'essere rese commestibili.
Insomma, è  un periodo di riflessione questo, riflessione sul mezzo e sui propositi, un periodo di attesa e di maturazione di un distacco, che su certi fronti, va crescendo sempre più.
Non è una dichiarazione di rinuncia questa mia, solo di "attesa in sosta", mentre la vita- non c'è bisogna ch'io ve lo dica- va, va soprattutto altrove e non è quasi mai il caso di costringerla a stare dove non vuole.
Poi, come niente, magari pubblicherò a breve...chissà...
A presto,
Sabina