lunedì 16 luglio 2018

Le lenti chiarissime di Anna Maria Ortese


...ti ho parlato già del libro di Anna Maria Ortese, "La lente scura", una raccolta di articoli sui suoi viaggi, realizzati in un arco di tempo tra il 1948 e i primi anni '60, ma solo ieri ho letto un commento, una post-fazione della stessa Ortese al suo libro.
L'Ortese è un personaggio singolare, sempre in bilico sulla linea di confine tra una malinconia ansiosa e patologica e la lucidità drammatica di una sensitiva.
Nel commento parla di sè e dei suoi viaggi ed è con stupefacente lucidità che si dipinge nei limiti e nei non-limiti del suo stato d'animo, perennemente sospeso tra disperazione e paura di non so cosa, senso di perenne instabilità e desiderio vibrante di relazione.
Riesce persino ad inquadrare e a descrivere l'influenza del suo  stato psicologico sulla scrittura, riesce a definire i limiti e gli eccessi percettivi della sua anima sospesa, riesce insomma in un'operazione di auto-analisi magnifica.
La cosa che mi ha piú profondamente colpito sono state le sue considerazioni, alquanto tristi e sconsolate, sull'Italia degli anni '50, appena uscita dalla guerra: dipinge un'Italia sfatta, discontinua, senz'identità, già all'indomani della guerra e della liberazione, ancora all'alba della ricostruzione.
Ebbene, leggere le sue riflessioni, così poco comuni per l'epoca in cui furono scritte, mi ha ricordato certe pagine, riferite allo stesso periodo storico, scritte da Fenoglio, da Pavese, da Pasolini e da chissà quanti altri scrittori, molti dei quali io non ho ancora letto: sono pagine accomunate da un sentimento di  profonda tristezza, frutto della sfiducia rispetto alle  promesse e alle speranze di rinascita che avevano animato la Resistenza, speranze che le menti più lucide vedevano già compromesse all´indomani della fine della guerra.
Beh, non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulla probabile ineluttabilità di un destino meschino per l'Italia, un paese che sa farsi  migliore, a volte anche eroico, nel momento del dramma ma che rientra subitaneamente nei ranghi della mediocrità all'alba del suo primo giorno di pace...

giovedì 12 luglio 2018

ho capito

Stelle

"Sai, vado comprendendo sempre di più cosa ho cercato camminando così a lungo, a dispetto delle stagioni che scorrevano inutilmente e degli umori insopportabili, così faticosamente  altalenanti.
Ho capito che andavo alla ricerca di un pezzo della tua storia di prima, quella che non ho conosciuto e sulla quale vorrei spalmare oggi tutto l'amore lasciato a dormire per tanta parte della mia vita, un amore fatto di appartenenza empatica, adulta e senza sbavature, un porsi per come si è e, contemporaneamente, un  lasciarsi scivolare nel grembo dell'altro: essere e saper essere.
Perché questo è l'amore quando è "pieno", e forse l'ho sempre saputo, anzi: toglierei decisamente il "forse". 
L'ho immaginato e intuito così da sempre , nei minimi particolari, ma non l'avevo mai potuto toccare con le mani, mai prima di adesso"

foto di S.Smirnov

mi hai risposto:
"Sì, noi sappiamo cos'è l'amore. Sappiamo che ci appartiene e non ci appartiene. 
Che anche quando l'abbiamo in mano ha una sua autonomia. 
Non ne siamo mai proprietari, così come non siamo proprietari dell'altro, del sole che nasce e tramonta, delle nuvole che percorrono il cielo. Non siamo nemmeno padroni di noi stessi.
Amiamo. Solo questo possiamo fare. Possiamo amare noi stessi e se siamo in due possiamo amare un altro ed esserne amati. 
Possiamo poi amare il mondo e tutto ciò che contiene, tranne incazzarci per quanto proprio non ci piace e non ci piacerà mai. 
Ma non importa. Perché l'amore è il fondamento su cui tutto si può costruire"