martedì 19 febbraio 2019

vecchie e nuove radici


Trascrivo un mio vecchio appunto/riflessione scaturito dalla lettura  del romanzo "L'italiana" di Joseph Zoderer.
Zoderer è uno scrittore altoatesino, esempio di non comune coraggiosa capacità  di riflessione sulle contraddizioni interne e di relazione della comunità italo-tedesca dell'Alto Adige vissute e descritte "da dentro".
Il libro è incentrato sulla figura di Olga, che torna al suo paese d'origine, in sudtirolo, per il funerale del padre, portando con sé la colpa di vivere in città con un compagno italiano.
Olga si aggira come un fantasma tra la sua gente e tra i suoi luoghi, scoprendosi ancor più estranea di sempre rispetto alla sua cultura d'origine e consapevole di essere, allo stesso tempo, altrettanto estranea/esclusa nella vita di città, a Bolzano,  dove condivide le giornate con il compagno italiano e i suoi amici, che la accolgono sì, ma che lei fatica a comprendere appieno. 
Con passo scarno e drammatico Zoderer si è inoltrato nelle pieghe del quotidiano, descrivendo le lacerazioni, le incomprensioni e le insofferenze della convivenza tra "diversi". La normalità del quotidiano di Olga, così come viene descritto da Zoderer, si coniuga con la rappresentazione della montagna, dei boschi, di tutto il paesaggio, finalmente spogliati di ogni retorica e rivestiti di una bellezza che appare più che altro il riflesso sentimentale e interiore di chi guarda, senza quei toni esaltati e celebrativi in cui spesso ci si imbatte nelle descrizioni d'ambiente montano. 
Di  contrasti e di attriti tra minoranze/maggioranze (dipende da quale punto di vista e di appartenenza si guardi la realtà) che condividono lo stesso territorio si sono occupati in tanti; per certi versi, le questioni simil-etniche (ho deciso di chiamarle così) dell'Alto Adige hanno rappresentato per l'Italia l'anticipazione delle questioni razziali di cui oggi si parla moltissimo e quasi sempre a vanvera. Ho deliberatamente usato l'aggettivo razziale, perché è in sé privo di senso, visto che la razza è una sola, quella umana, e questo, rassegnatevi signori polemisti e blateratori da un tanto al chilo, lo dice la Scienza...
Ma, tornando sul tema dell'estraneità, io credo che ci si possa sentire stranieri ovunque, anche là dove si è nati, come dimostra Zoderer nel suo libro. Ci si può sentire stranieri, per esempio, quando la lingua madre, quella trasferita dai gesti e dalle emozioni nei suoni, non basta più o, ancora, quando la propria personale lingua, frutto di un’esperienza mai completamente comunicabile perché decisamente personale ed intima, prende il sopravvento sulla lingua della comunicazione più concreta ed efficace, l'unica veramente condivisibile.
Il legame tra la lingua della comunicazione e la lingua di dentro è sempre fragilissimo e, troppo spesso, la lingua della comunicazione, vale a dire quella ufficiale e condivisa, si tramuta in una pallida e sconnessa imitazione della vita di dentro.
Ognuno di noi, per il semplice fatto di vivere, matura un' esperienza originale ed irripetibile, fatta di passaggi e sovrapposizioni, di incroci fortuiti e di sviluppi imprevedibili, tutte circostanze che si rifletteranno, inevitabilmente, sulla struttura e sulle scelte del nostro comunicare.
Eppure, paradossalmente, può bastare un gesto, un'attenzione in più, un maggior ascolto, mondato da eccessi di ideologizzato protagonismo, per rompere l’incantesimo, per dare la sensazione di potersi capire, camminando sul terreno di una lingua comune.
La vera patria è il luogo dove si sceglie consapevolmente di abitare (non inteso in senso strettamente fisico), è la relazione che si riesce a costruire, o, meglio, entrambe le cose.
Mi piace racchiudere e rappresentare questo concetto con la parola Heimat, parola tedesca intraducibile, perché legata a doppio nodo alla cultura e alla Storia tedesca. A me piace tradurre Heimat in "la patria del cuore" e mi piace pensare che possa essere una o mille, senza limiti di numero e di possibilità.

giovedì 14 febbraio 2019

ammore e mazzate


Formavano una coppia nota nel mondo dello spettacolo: portavano in scena da anni sempre lo stesso testo, concepito a due teste e scritto a quattro mani.
Si trattava di una commedia semplice, di un soggetto elementare, una passeggiatina agitata o due nelle prime scene,  qualche battuta spacca-core qui e là e poi partiva il drammone Grand Guignol.
Giosafatta si faceva venire gli occhi di fuori, il colorito paonazzo e l'espressione della facciazza da   "assassino pronto sulla rampa di lancio"; roteando gli occhi a palla, iniziava a guardare l'Ubaldina con odio, mentre la rabbia montava su frequenze ciclopiche, arrivando a chiudergli la gola.
Il drammone prevedeva a quel punto una lunga sequela di insulti, ma il povero Giosafatta non faceva mai in tempo ad infilarla tutta: vinto dal rigurgito bilioso, finiva per ripiegarsi su di un lato ed accasciarsi a terra, continuando ad ululare paurosamente.
A quel punto il testo prevedeva che lei, Ubaldina, prendesse a dirgliene di tutti i colori e che, con esaltato sadismo e una grassa dose di teatralità, iniziasse a pungerlo con i tacchetti a spillo delle scarpette infiocchettate, di un brillante color ramarro felice. 
Tuttavia, ogni volta, Ubaldina finiva per stravolgere il copione e, dopo aver comunque pugnalato con il tacchetto isterico il suo amato e odiato probabile assassino, si chinava a coprirlo con uno scialle ricamato, sussurrandogli, comicamente:
lo sai, nessuno ti capisce come me.
Era questa la scena che riusciva loro meglio, quando cioè l'odio e l'intrigo pseudo-amoroso prendeva corpo e i due si figuravano di poter rinverdire sulla scena l'età delle passioni, abbondantemente trascorsa per entrambi.
Ma il miracolo di quella mediocre rappresentazione era qualcosa che attingeva ai miti gotici del doppio e a certi passaggi onirici de "Il Maestro e Margherita", un segreto ma anche un trucco, del quale il pubblico si accorgeva tardi: i due personaggi erano in realtà uno solo, due funamboli in uno della recitazione e del trucco&parrucco .
Quando gli spettatori se ne accorgevano cominciavano per lo più a a fischiare, mentre i due se la davano a gambe, lasciandosi inghiottire da non si sa quale botola della rete fognaria. Così, mentre le tende rosse del sipario si chiudevano sull'ennesima rappresentazione di tragedia a due con un solo attore, una carrettata di ortofrutta degna dei mercati generali si radunava spiaccicatissima sul palco.
Il mancato assassino e la sua seviziatrice se la filavano ansimanti e, una volta messe al sicuro le rispettive pellacce, Ubaldina si accomodava su di uno strapuntino, accavallava gambette e scarpette, apriva la sua agenda  dalla copertina ricamata a rose e tralci di vite, e depennava quella sala dalla lista dei teatri.
Ubaldina e Giosafatta, due corpi e un'anima, ma anche due anime in un corpo, dopo ognuna di queste liti teatrali a colpi di sventra-cavallo, si guardavano, si stropicciavano gli occhi e, puntualmente, non sapevano più chi dei due fosse l'uno...o l'altro...l'una...o l'altra.