venerdì 22 giugno 2018

l'uomo senza peccato

Ancora adesso gli capitava di rinchiudersi nella sua stanza a leggere e rileggere le lettere che lei gli aveva scritto.
Ormai le conosceva a memoria, ma le rileggeva senza cavarne nulla di veramente utile, perché lo faceva meccanicamente, come avrebbe potuto fare un robot. 
Gli anni erano passati, la giovinezza era ora appena un'ombra, appoggiata su di lui come certe luci sui tetti subito prima del tramonto, ma da dalla sua testa non riusciva ancora ad uscire la soluzione o la risposta che cercava in quelle lettere.
Ancora adesso, rileggendo, continuava a sentirsi parte offesa: d'altra parte, non conosceva un'altro ruolo adatto a lui in commedia, visto che era stato cresciuto nella convinzione assoluta che ogni essere vivente che lo avesse avvicinato sarebbe durato affettivamente per sempre, catturato e assorto nella sua rete, nel mito immaginario di un essere unico e imperdibile, (mito che lui per primo provvedeva a triturare con il suo egoismo). 
In tante se ne erano andate, tutte donne malvagie e superficiali, così diceva lui e confermava sua madre.
Poi, in una sera di fine inverno, anche lei lo aveva piantato in asso, buttando fuori il rospo mentre lui l'accompagnava a casa. 
Quell'addio sarebbe rimasto uno dei più grandi enigmi della sua storia di uomo.
Lei, che aveva impiegato tanto ad affrancarsi da quel gioco perverso, in cui lui misurava la qualità e l'intenzione di ogni suo gesto, come il più spietato degli allenatori, sempre  pronto a marcare ciò che secondo lui era errore o imprecisione, per tornare, di là a pochi minuti, a gestire con la massima disinvoltura il ruolo di inaffidabile, quasi fosse una sua prerogativa di censo e di genere (maschile).
Lei, che quella sera di fine inverno, mentre la macchina procedeva lentamente e il respiro di lui si faceva quasi asmatico (forse uno stratagemma per metterle addosso qualche etto supplementare di sensi di colpa), gli disse tutto chiaro e netto come mai prima, (roba che, in una che della franchezza aveva il vizio, si tradusse in parole usate come lame, graffi in faccia per un addio senz'appello).  
Certo, lei si spaventò non poco di quel respiro asmatico e, dopo un'ora da che s'erano salutati, provò a chiamarlo a casa. Per tutta la serata lo aveva visto smontarsi e andare in mille pezzi, mentre guidava con lo sguardo fisso avanti, senza guardarla e risponderle mai: lei, quella che lo aveva "assistito" più di chiunque altra, gli stava diceva che il gioco era finito, il gioco perverso in cui l'aveva attirata e in cui lei si era lasciata rinchiudere: diventare la sua seconda madre, pronta a scusarlo e ad accampare attenuanti per ogni sua stortura o cattiveria, esattamente come faceva l'originale.
Eppure, questo lo capì molto tempo dopo dalle chiacchiere di un'amica intraprendente, lui, mentre macinava i chilometri del ritorno a casa, era già rientrato nel suo personaggio e aveva già organizzato e discusso la sua personale requisitoria: giudice ed avvocato di sé stesso si era assolto con formula pienissima.
Poco tempo dopo, la solita amica intraprendente le riferì che lui  aveva scelto deliberatamente di non rispondere al telefono, era ovvio: aveva scelto di lasciarla alla sua preoccupazione, prendendosi così l'ultima, meschina vendetta.
Lei si mise d'impegno a rimettere in piedi i pezzi della sua giovane vita, risvegliandosi, finalmente, dall'incantesimo, senza più debiti da pagare o oboli da versare a quel figlio unico di madre devotissima.
Anni dopo, si sentì chiamare proprio dalla madre devotissima, (votata da sempre e per sempre alla causa di quel figlio amato in modo sconsiderato e folle), perché lo andasse a trovare, ché dopo di lei nessuna era riuscita a farsi "amare tanto".
Lei non fece alcuna fatica a rifiutarsi, ma impiegò una forza sovrumana per perdonare a sé stessa gli anni giovani e cretini che gli aveva dedicato.

mercoledì 20 giugno 2018

il senso che non ci può essere



Ho tolto il post appena pubblicato, perché credo che tutti dobbiamo essere molestati ferocemente nell'anima da immagini come queste.
Sapete sicuramente di che si tratta.
Il bambino/a ritratto sopra  piange disperato.
Quello sotto cammina a testa bassa come un condannato a morte.
Presto rimarranno entrambi soli, senza genitori.
La loro sofferenza è di tutti.
I loro diritti sono anche i nostri.



Non c'è modo di chiamarsi fuori, per nessuno.
Non c'è censura di immagini e/o di suoni che abbia senso.
Dobbiamo sapere, ricordare, ascoltare, inorridire.
Dobbiamo anche se fa male: questi bambini sono i figli di tutti.
Nient'altro ha senso.