mercoledì 15 maggio 2019

l'occhio, ma anche la mano, le parole, la commozione, ecc. ecc.


L'occhio del fotografo ha un'anima o, per dirla con altre parole, l'occhio del fotografo coincide con la sua anima: guarda dritto al fondo delle cose.
A volte, il fotografo guarda di sghimbescio, questo soprattutto quando vuole fermare lo spessore sentimentale delle cose e del momento, perché nella quotidianità lo spessore si coglie con più precisione guardando di sghimbescio. Capita che il primo sguardo, dritto e spesso piatto, serva quasi soltanto ad organizzare la realtà con il metodo della logica, della vista intesa come attività di raccolta dell'immediatamente visibile. Poi, quando si inizia a scrutare lo spessore delle cose, guardando non più solamente dritto e piatto, si compongono le luci e le ombre ed il semplicemente visibile si sfaccetta, si scompone e  può anche cambiare di carattere e di impronta. 
Quel che fa l'occhio del fotografo lo fa la mano del pittore, la commozione nel poeta, la partecipazione dello scrittore e via discorrendo, perché questa è la magia dell'arte nell'artista: dare anima agli occhi, alle mani, alle parole, far uscire fuori dal petto e mandare a spasso libero il mondo di dentro.

giovedì 9 maggio 2019

l'affascinazione

Una coppia  incredibile quei  due, madre e figlio, prototipi di un copione desueto, ma a suo modo eterno, ripetitivo, noioso, non di rado persino grottesco. Sono certa che uno scrittore, pure se dotato di arguzia e di ironia perfettamente affilate, avrebbe fatto fatica a tradurre in letteratura quei due, mantenendo in tutta la sua efficacia la bizzarria del loro legame.
Elvira, la madre, era stata una bellissima ragazza. Di buona famiglia, era rimasta senza padre ancora adolescente. Le era capitata in sorte una madre fiera e solidissima, che aveva cresciuto lei e la sorella sotto l'ombrello della migliore educazione e della più inflessibile tradizione, in una terra tanto ricca di cultura quanto piagata dai pregiudizi, soprattutto in tema di comportamenti maschili e femminili, tanto da aver fornito spunto a più di un soggetto letterario e non.
Elvira, bisogna dirlo, non era dotata di particolare brillantezza intellettuale: aveva studiato sì, annoverando anche un paio di raffinati scrittori del novecento tra i suoi professori delle superiori. Bella e di scarso spessore, non appena riuscì a conquistarsi qualche spazio di libertà in più, si mise alla ricerca di un marito di valore adeguato alle sue aspirazioni più spicciole.
Ed il marito era arrivato in poco tempo: Giacomo, bello anche lui, (lo chiamavano Marlon Brando!), ma di carattere burbero e dispotico. Giacomo era il secondo di tre fratelli, cresciuti da un padre tanto illustre quanto assente e da una madre totalizzante e totalitaria. La famiglia di Giacomo era tutta composta da personaggi da copione teatrale, allineati alle regole non scritte di una società rigida, asservita a codici di convivenza ipocriti, spesso sconfinanti in un'elegante brutalità. 
Perciò, per ogni figlio che la madre di Giacomo cedeva alla nuora-intrusa di turno era previsto un riscatto piuttosto elevato da pagare, fatto di cattiverie e meschinerie infinite, perfide angherie gestite sotto traccia: erano frustate "morali", inflitte alle mogli dei figli maschi, mai all'altezza né dei loro mariti, né della matriarca.
Cosa poteva nascere da un matrimonio così mal congegnato come quello di Giacomo ed Elvira?
Un figlio maschio, per esempio, da esibire come trofeo, un figlio bello come i suoi genitori, sul quale Elvira avrebbe potuto riversare tutta la sua affettività maldestra e inappagata.
Il matrimonio di Elvira e Giacomo si spezzò presto, mantenendo però in vita tutti gli orpelli, i riti e gli addobbi, come si conviene alla buona società. L'erede maschio, rimasto Unico, ma Perfetto nella sua unicità, crebbe nel bozzolo di un disamore devastante, quello dei suoi genitori. Venne costantemente ricoperto di ogni bene materiale dal padre e di un amore eccessivo, colloso, vagamente ambiguo dalla madre.
Quando la giovanissima Elisa conobbe l'originale famiglia non capì subito, attratta com'era da quel ragazzo tanto bello e sensuale. Un po' sorvolò, più o meno consciamente, sui particolari più inquietanti del rapporto affettivo familiare, un po' pensò che il tempo e il suo modo diverso di intendere la vita avrebbero limitato i danni e reso uomo e responsabile l'Unico.
Elvira, la madre dell'Unico, accolse Elisa con estrema gentilezza e con un'amorevolezza quasi esagerata: non le pareva vero che suo figlio, dispotico come suo padre, avesse trovato una ragazza capace di attutire i suoi spigoli più crudi. Era evidente: Elvira si preoccupava per quel figlio che le sarebbe sopravvissuto, e che, ammaccato com'era dall'esempio dei suoi genitori, difficilmente avrebbe trovato una sponda affettiva d'approdo sufficientemente sicura e durevole. Elisa doveva essere dunque attirata, avviluppata fino a credere di essere amata per davvero, perché dopo di lei forse non ne sarebbe capitata un'altra. E, poi, Elisa era anche bella, prometteva cioè di continuare la dinastia con prodotti esteticamente adeguati.
I due ragazzi parevano viaggiare insieme affiatati, anche se numerosi e considerevoli scossoni andavano destabilizzando pian piano l'infatuazione di Elisa. Perché la parola infatuazione era l'unica capace di descrivere l'ubriacatura amorosa della ragazza, attirata nel pozzo nero e profondo della sensualità che l'accomunava all'Unico, un'ubriacatura davvero tosta e dura da smaltire, che Elisa aveva scambiato per la panacea di tutti i mali e di tutti i limiti della loro relazione.
Nel tempo, fatti e fatterelli, insinuazioni e apparenti minuzie, unite agli sgarbi ripetuti dell'Unico, uno sciupa-femmine compulsivo come pochi, cominciarono a bucare il cuore della ragazza.
Quando, con gran fatica, Elisa decise di lasciare l'Unico al suo destino, cominciò a trovarselo sotto casa e in ogni dove: geloso e invadente, non poteva farsi sfuggire quella che, fin lì la sola, l'aveva inseguito per tanto tempo. Tenne duro, Elisa, benché le costasse e benché faticasse a pensarsi assieme ad un altro.
Poi, a distanza di qualche mese dal difficile addio, accadde un fatto che le fece capire in un attimo la gravità della situazione in cui si era andata a cacciare. Un pomeriggio il suo cellulare cominciò a squillare impazzito: il tempo di aprire la conversazione e l'anonimo molestatore  chiudeva. Qualche decina di telefonate, sempre dallo stesso numero, sconosciuto, sì, ma proveniente da una località precisa: il prefisso della città d'origine dei genitori dell'Unico.
L'Unico non era lì, Elisa lo sapeva per certo, sua madre, invece, aveva preso a passare lunghi periodi in quella città per assistere la vecchia madre malata.
Elisa rintracciò l'intestatario del numero ed ebbe la conferma del suo sospetto.
Fu allora che, dopo aver spento il cellulare, uscì a fare una passeggiata, alleggerita come nessuna mai dal pensiero dello scampato pericolo: aveva rischiato di annegare nella follia più distruttiva, e ora, dopo quell'episodio, poteva quantificare lucidamente quanto il pozzo nero di quella follia fosse profondo.