mercoledì 1 luglio 2020

il bambino fuori misura


Per le strade di sabato sera, in quelle periferie del centro che mi fanno impressione, sempre, ovunque siano, di più quando sono là dove non te le aspetteresti, perché sono il volto del degrado chiuso tra quattro mura, ad un passo dalla vitalità di città gaudenti, dal chiasso dei finti spensierati in libera uscita. 
Di sabato sera, attraversiamo periferie non periferiche, vere e proprie ferite tra i muri più nascosti del centro storico, lo sguardo che si appoggia inevitabilmente dentro a case trascurate oltre ogni limite di decenza, e di umanità. Finestre spalancate sulla strada, senza nessun pudore, nessuna barriera oltre alle zanzariere: gli occhi dei passanti liberi di pungere e rovistare nelle vite degli altri, anche dei cosiddetti invisibili. 
Il primo affaccio che mi capita negli occhi è in una cucina in cui dominano la povertà degli oggetti e un colore ingiallito di trascuratezza; da un altro punto della stessa casa  rimbalzano in strada due voci latino-americane, suoni senza volti forse di una discussione, forse: una discussione stanca, affatto violenta, tra un uomo e un donna.
Poche vie più in là, ecco un'altra finestra, sempre impudicamente affacciata, sbracata mi viene di scrivere, su di un altro marciapiede.
C'è un ragazzone, che potrebbe avere anche più di trent'anni: sta affacciato dietro ad una zanzariera, sorride a chiunque. Sembra un bambino fuori misura chiuso in galera, il facciotto rotondo, i riccioli neri: potrebbe avere sei anni. 
Ci chiama, chiede se stiamo bene, saluta, sorride come il migliore degli amici, il più affettuoso dei bambini.
Ragazzi! ci chiama, le labbra rosse e carnose, lo stupore gentile. 
Chi cammina con me non si accorge di lui, mentre io mi giro e gli sorrido, tirando giù la mascherina. 
Come state?
Bene, e tu?
Bene! Bene! allora tutti bene! buona serata, ragazzi!
Ragazzi: una parola che pronuncia con dolcezza, mutando le zeta in esse, raddoppiandole e strasciscandole, com'è proprio del dialetto di qui.
Con la mano faccio ciao a lungo, mentre ci allontaniamo sul marciapiede opposto. 
Il ragazzone  sorride soddisfatto e ci segue con lo sguardo fino a che non scompariamo .
Chissà se gli è davvero bastato questa manciata di attenzione di stasera, una risposta ed un saluto, lunghi giusto due o tre attimi.
Chissà se si è alleggerita, per due o tre attimi, la sua solitudine di bambino fuori misura.
Chissà se anche in lui sarà rimasto dentro un doloroso senso di incompiuto, quello che è rimasto a me. 



venerdì 19 giugno 2020

un'altra chiave di lettura

Jamie Gerburt/Getty images
La malinconia è solo la vitalità mutata di segno, energia inespressa che rimpiange sé stessa, sensualità rinnegata del vivere.
Malinconia non è parvenza di morte, bensì attesa che passi l'onda, puntando i pugni come per piangere,  immaginando il dopo che non si riesce a vedere.
Malinconia è senso estremo dell'esserci, l'attesa del ritorno, del possibile, anche quand'è difficile, lontano, improbabile, incerto, faticoso e forse insperabile.